mercoledì 9 novembre 2011

Non dire mai addio perché addio significa andare via e andare via significa dimenticare. J. M. Barrie - Peter Pan.

domenica 2 ottobre 2011

Ho inciso col bisturi, affranco al cuore, il nome di tutte le stelle che mi hai spento senza neanche accorgertene.

giovedì 11 agosto 2011

to someone else

Legarci i tuoi sogni con lo spago. Per dirci che ci amiamo.

Crocifiggere i miei sogni.

Per dirmi che mi ami.

lunedì 4 luglio 2011

Di tombe di faraoni e di antri barocchi

Sono affranto e sconsolato. Come aveva detto qualcuno “mi sento la copia del vuoto”, o forse era del nulla. Ed è così che ti senti, mi sento tolta la voglia di scrivere, recisa crudelmente in un’estate che inneggiava alle parole, benché esse fossero sole, incrinate, ammaestrate. Ho sempre considerato il mio blog la mia agenda personale, dove annotare tutti i sentimenti, le sensazioni, il mio modo di vedere il mondo. E non ho mai pensato che la mia personalità potesse essere copiata per vestirne qualcun’altra. Non avevo mai pensato neppure al plagio; mi sembrava una cosa talmente lontana, specie con la licenza accanto,  - prima era nel footer –. E quando ho visto la mia anima spiattellata là, i miei racconti modificati, ho sentito il cuore abbandonare la sua presa per un attimo. Ho pensato che dentro di me c’era il vuoto. Sapete, le tombe dei faraoni. Vengono aperte, trafutest____by_karil-d377x5zgate, spogliate della loro stessa eternità, le credenziali del paradiso. Poi te li ritrovi al museo, così, bell’esposte, ma almeno al museo hanno rispetto della tua mummia, quel minimo  rispetto che li porta a incastrarti in una teca di vetro, tenerti in buono stato e tutto quel che segue, a scrivere pure il tuo nome. Ma io non sono una mummia e sinceramente avrei voluto esserlo, mi si sarebbe rivelata una sorte più consona ai miei canoni.

Insomma, il punto è questo. Non fare nomi è la puntina principale, anche perché non ce n’è bisogno, penso capirà a chi mi sto rivolgendo quando lo leggerà. Il punto è che le mie frasi, parti di miei racconti, sono stati postati su un gruppo facebook e spacciati per propri da terzi. La cosa che mi rattrista è appunto quale sia il motivo di tale atto, o quantomeno cosa spinga a fare ciò, sapete penso che tutto ciò che provo sia mio, non di altri. Che il mio cuore, la mia anima, mi appartengano. Tra l’altro negli ultimi tempi stavo collaborando con un editore per pubblicare una raccolta di racconti, il cui scopo era appunto lanciare il romanzo come una sorta di raccoglitore dei miei post di blog e racconti inediti, tra l’altro celebrare appunto il blog come la mia piccola casa dove poter leggere appunto i post e le frasi, così, senza vergogna. Ciò che è successo mi ha colpito molto, ci troviamo di fronte a un universo effimero, dove non si da peso alle azioni, alle maschere che indossiamo. Quando l’editore ha ricevuto la notizia è rimasto sgomento, soprattutto oramai ho stretto una forte amicizia con lui che era in procinto di denunciare l’accaduto alla polizia postale. L’ho fermato perché sinceramente ho pensato tutto ciò fosse infantile, e che mi sarebbe piaciuto seguire l’evolvere della vicenda fino al suo capitolare finale e poi prendere, con sommo gaudio, le decisioni finali, qualunque fossero state. Vista come si è conclusa la vicenda, l’editore ha deciso di occuparsi del caso tutelando il mio sito e tenendo d’occhio mediante motori di ricerca specializzati se si fossero presentate altre situazioni simili.

Mi sono sentito preso per fesso, mi sono sentito preso in giro.

Ho sempre pensato che si dovrebbe avere una faccia abbastanza dura per sfregiare l’animo altrui, in caso contrario ho sempre pensato che ad ogni errata conseguenza venisse recapitata una scusa e non un xD/  -.-“”””/ ma le scuse le devo dare io per essere stato così cretino da continuare a fidarmi dei miei lettori, del web. Evidentemente dovevo prendere le giuste misure.

Mi ero trovato bene qua, nel mio antro barocco, mi ero trovato bene con tutto, la grafica, la solitudine… mi è andato bene tutto, non mi sono abbattuto se nessuno commentasse, se i lettori fissi fossero così pochi. Anzi, ne ero felice. Prima di tutto scrivo per la gente che mi fa provare emozioni, che fa parte della mia vita – la mia famiglia con tutto il ramo genealogico, francy, la mia classe, i miei amici in toto. E non me ne fregava molto dell’altro, stavo bene così, con la mia moleskine nera e illuminata con soffusi colori. Evidentemente al giorno d’oggi non c’è rispetto per nessuno.

Ho preso la decisione di lasciare il mio blog esposto, così. Nulla sarà più aggiornato oltre le sporadiche recensioni per Giunti Y, resterà questo post e poi annacquato nella noia di un pomeriggio estivo. Pure la mia pagina su efp non sarà aggiornata. Non ho voglia di farlo, non con voi, non con un blog di questo genere. No. Forse riaprirò un blog, per essere sinceri, ma posterei soltanto pareri su argomenti noiosi. Nessun sentimento, emozione, frase, racconto. Nessun vero me stesso. E ciò mi rattrista, mi sento tarpata la libertà di pensiero.

Stavolta non mi hanno spodestato. Non c’era nessun vento. C’era una bufera, una tempesta. E ho deciso di rintanarmi al sicuro.

Grazie, davvero, per avermi deluso.

Per aver fatto questo.

Adesso spero di poter sparire.

Non assolutamente vostro,

Chesy.

martedì 28 giugno 2011

Terza blu.

.Non leggetelo, non serve a nulla, oltre ad assorbire i pianti in un foglio che scrostato conduce le lacrime tra i baci e gli abbracci infiammati.


 
E adesso gioca a fare gli indovinelli tra le mie lacrime.
Così, per gioco. Dimmi cosa ne è rimasto, le nostre cere lacerate dai tuoi silenzi usurati, i tuoi sentimenti sverginati dalle troppe frasi morte senza ossigeno, di quelle incastrate nella gola che hanno troppo inchiostro. Dimmi cos’è rimasto di noi? Dieci anni, tre anni, due anni, cinque mesi, tre mesi. Una pagine di libro che si gira, se vuoi puoi tornare indietro a guardarla da lontano, come se fosse una presa d’esistenza, un piedistallo troppo forte, un cristallo incrinato, tenuto insieme dalle nostre lacrime. I nostri cieli. I nostri rimorsi.
E io che ci starei altri dieci anni a incastrarmi tra quelle battute finali, talmente intricato tra le a e le e troppo aperte da creare i nostri piccoli mondi vomitati dai tramonti di fine scuola, in cui ci prendevamo la mano e dicevamo… a settembre. Senza rimpianti, senza lacrime posticce. Senza le lune di plastica degli ultimi tre anni, di quelle comprato al mercatino cinese, che ci passi così tanto tempo che non si romperanno mai per il bene che le vuoi.
E io ho pensato, che se potessi in queste ultime battute finali aggiungerei sempre nuove voci, frasi, altri adii, altri anni insieme, l’infinito trattenuto sotto la presa di un pc. La tastiera che fa ttittitì.
Che poi alla fine se guardi il vento ci distacca, così, e noi che non vogliamo e che al contempo ci lasciamo vittime di tutti quegli sguardi malandati. Che incrina inevitabilmente ogni cosa, che ci sposta, rotea i frammenti dei nostri passati… e perché le lacrime si trattengono davanti a tutti, ti restano lì, a farti le doppie palpebre e ti dicono non piangere, quando esci e sei da solo le lacrime ti fanno il vestito. Le lacrime sono metafore di stelle che aprono stridore di ricordi sulla pelle, quella pelle che è il nostro cielo.
Che se lo guardi veramente abbiamo soltanto cambiato costellazione.
Che se lo guardi veramente, ci vedi passare, talvolta, quelle scie di lacrime che si tingono d’immenso, quel pianto d’intenso che è stelle, così belle. E che tra le loro effimere bugie non hanno bisogno di sentirsi belle. Lo sono e basta. Lo sono in quest’ultima notte in cui tutti ci apparteniamo a vicenda. Le tue rughe, soprattutto, le tue maldive, che sono peggio delle dive sui palchi distrutti da voci scricchiolanti. La tua pensione d’artista che ti rivendica il passato e pensarci tutto di un colpo ti rendi conto – ciccia, che insomma sei stata grande. La tue interrogazioni da paura, l’ansia di ripassare, lo studiare pomeriggi e scoprire che i tuoi occhiali saltano sempre il mio nome e dopo tre mesi s’accorgono che non ho il voto. E allora mi trovi lì, a sorridermi mentre pronunci seattle: shuttle. La tua fiducia, il tuo sorriso, il tuo essere buona e farmi attaccare a una materia che odiavo. Sai, c’erano i tuoi occhiolini, i tuoi ‘quanto sei bello’, i tuoi sguardi che mi dicevano di stare attento a te, i tuoi… i tuoi che non ci son più. Non ci saranno i miei sbadigli nel campo della palestra a mendicare i tuoi rimproveri. Non ci saranno i voti di pronuncia, i tuoi capelli biondi, il tuo ti piace la lingua, il tuo sei appiccicoso, i miei abbracci. Non ci saranno i tuoi occhiali da nerd, i tuoi sorrisi – i tuoi: gioia ma che cosa stai dicendo? Ebbene, non ci sarà il letterato della terza blu un altro giorno per te. I tuoi occhiali rosa, tutto quello che vuoi che alla fine ne troviamo sempre una nuova, una cosa in comune.
Adesso che siamo sospesi, così, per sempre.
Adesso che sono sospeso in te, e non ho parole per dirtelo. Per dirtelo così, perché tutto quello che ti ho detto e che ti avrei voluto dire non ci sono parole per riversare i tratteggi di un quadro stupendo che sono io che miro alle tue letture di poesie in maniera fulgida, così che si ricopra d’argento il sorriso di una lezione infinita. Vorrei, dovrei scriverti di più, un’intera pagine dedicata a te. Ma non ho la felicità per ricordarti con poesia. Ti dico solo che ci sarai sempre.
Cosa resta… dimmelo cosa resta tra le tue lentiggini, i nostri destini sputacchiati sul tuo volto, della terza blu? Della verde che eravamo ma poi il cielo ci ha costretti a riflettere la sua bellezza. Cosa resterà, dei nostri insieme e ci vorrebbero altre cento pagine per ricordare ogni accaduto, ogni silenzio, ogni parola e ogni sorriso.
Dei tuoi baci, del tuo parlare tedesco e dei tuoi capelli neri impigliati alla germania.
Di queste pagine, ditemelo voi se posso rimanere incastrato, un segnalibro, una nuova frase. Ditemelo che ci manca il punto finale, così vuol dire che siamo infiniti. E che allora continuiamo a scorrere per sempre.
Grazie di tutto.
Per sempre.

sabato 25 giugno 2011

stelle e strisce.

Nelle nostre stelle-lune ho visto. Ma forse perché erano di carta quando si spostavano per seguirci tra le parole... forse era perché le tue rose d’ottone catturavano il sole.

L'amore:

“Sapete, dovreste essere più buono per sentire come il mio respiro sia a spostare le vostre stelle”

Forse le stelle dalle dita lunghe hanno freddo nastri vuoto e oro…

forse sono state tagliate e messe giù perché i loro sentimenti infioccavano il vuoto.

venerdì 24 giugno 2011

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Quando ho dimenticato il mio cielo, il mio cuore è nei silenzi delle sue vertebre, perché hai sparso la tua anima con i ritmi del vuoto –  io credo nell'amore.

 

lunedì 20 giugno 2011

frrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr.

Non ricordavo dove fossero i ventricoli, poi ho scoperto che erano i tuoi sogni esplosi – le emorragie delle stelle.

 

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martedì 14 giugno 2011

I tuoi gesti maldestri mi mozzavano le parole.


«
Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere  »

(O.Pamuk, Istanbul, 2003)

martedì 7 giugno 2011

Good Bye Lenin!

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Inizia così, ha un bell’attacco. Di quelli favoleggianti come le corde rotte delle nostre piccole arpe ai tuoi capelli.
E poi finisce – dentro un buco. Una fogna, una frase che lascia le tue piccole anime a metà, nel cardine d’incastro all’apice dei tuoi sogni stesi ad asciugare. Una cagata.
Questo posto ha solo noi.
Fa solitudine, la tua grafite tra i miei seni, e i sospiri che formano i draghi dei tuoi pensieri. Ho comprato foglie, le foglie per dirci che se le strappiamo non stiamo più insieme. Nascoste tra le pagine di un romanzo, di quelli che senti lo stormire delle frasi. Niente più parole, promettimelo.
– Prometto.
Che l’inchiostro ci trucidi.
I tuoi sistemi complicati non servivano mai a nulla. Solo che volare, quando le tue dita scivolano sulle mie stelle disperse su un ventre gravido di poesie dell’hard discount, lasciava tanti buchi tra i suoi gesti d’inchiostro.
L’oblò, l’oblò, non permettere ai bambini di entrare in contatto con l’oblò… com’era? Era così, erano le tue lune dirottate per i bazar, le lanterne di carta strappate per farti luce dentro la carne, per vedere se t’incendio c’è il tuo amore che m’indora i sogni.
Io non ci entro dentro l’oblò.
Mi fa schifo.
Le tue braccia, così lunghe, sembrano ritagliate dal cartoncino nero, le aurore immense che proiettavi come i segreti scritti sulla schiena… Sorry, I’m sorry. 
E le protendi, dai nostri buchi.
Per dirmi.
Che.
Se.
Le.
Sfioro.
Mancano.
Di.
Sospiri.
E.
Poi.
Il piccolo inverno dei tuoi battiti era l’inferno dei miei limiti, tra le nostre soglie, ci siamo accorti che le parole erano buchi troppo grandi per poter essere trattenuti. E che noi eravamo  parole. Due parole, verbi risultativi. I tuoi abbracci morfosillabici.

Com’era? Segno di uguale più quello di acqua. Il tuo nome.
Chiave d’oscurità.

venerdì 20 maggio 2011

For my frozen star.

E ho i cuscini pieni di stelle.

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                                              Aju ‘i cuscina chin’i stiddi.

lunedì 16 maggio 2011

domenica 8 maggio 2011

Lettere dall’albergo Astoria

Quando per scrivere qualcosa prima ti devi immedesimare, è come un attore, un ruolo da interpretare, pian a piano, per davvero, perché non puoi resistere ai richiami della gente, ai caldi sussurri di una maschera.

* * *

 

Madame? Ho paura.

Ho paura, manco fossi la nota saltata di un pianista, scordata per caso da dita troppo sottili per trattenere le dimenticanze ai diesis dispersi.

Ho paura, Madame. St Petersburg è una pallottola nella neve, è il mio sogno congelato. E non consumato, no, non lo è. E tu, Madame, sei un po’ di colore buttato giù, ai gli occhi rotti dai baci del vino, dal silenzio divino.

Hier, Madame, avevi un bacio vestito nella malinconia delle mie matite sporche, rotte, infrante5145937428_73a1fda1af_b sotto i tuoi profili sempre più spigolosi, sulle scalate di colore – di piacere. Dei miei tratti – come le tue unghia sicure tra i miei seni, e le vesti sbrogliate da ogni foglia d’autunno ch’andato scricchiola tra una piega e l’altra, quasi – Madame – fosse un visto, un visto agognato. Cadute a terra, dai rami di sogni come baionette. O da fucili.

Pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa.

Pa!

Mia Russia.

Et voilà… ho un quadro! Un quadro, in camera, una tela rovinata dalla smorfia delle mie mani, dai bronci del mio pennello. E le setole – le setole, le setole che roteano come le ballerine del cancan, i tuoi papaveri sfioriti si sono amati in un cassetto a Parigi. Nous allons à Paris, un jour, Mon Amour. Ensamble.

In rovina, il rosso t’ha scoperto d’invidia, in una posa così osé, hahahaha son le risa dei tuoi vini, dei tuoi baci, degli abbracci gelati di secondi esplosi, e le dita, le dita che traversano come trame, come ossa in una tempesta. Siam calici, calici roti nella meraviglia dei nostri vuoti.

Au revoir, Madame.

Che le stelle ci strazino le cosce, ci entrino dentro le cosce, e vengano poi vomitate come le mie belle figlie, come donne fiamminghe, come fuoco tra le stringhe.

Oggi, domani, per sempre.

Au revoir, Madame.

E ascolteremo i tramonti sui confini di nuovi spari, confini che restringerò, tagliati nelle tue labbra. E mani infinite che sbocciano ricordi insani. Come i figli del bosco, Madame.

Come i figli del bosco.

Come gli oceani seccati in gola, macchie di rose ai nostri peccati.

Che siam le frasi lasciate a metà, quella mai iniziate, mai finite, quelle infinite.

Adieu.

 

                                                                                                                                               Tamara Ł.

mercoledì 27 aprile 2011

Le calze sopra i ginocchi.

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E non ci basta correre nel vento, tirarci le calze sopra i ginocchi, stringere il nostro respiro attorno alle gambe, sopra un sorgere d’affanni che è il tramonto in un vento, il cadere nell’acqua. E non ci basta avere le stelle nella pancia, non ci basta più, e nemmeno rovistare in scatole di ricordi in caduta come foglie nei nostri piccoli autunni, che son segreti mai sussurrati.

Nessuna, cura, nessun antidepressivo. Moriremo per amore noi, a sfiorarci così sullo specchio rotto di un cielo geloso che ci invidia dispetti; le mani nelle tasche.

Noi, che ci stringiamo le teste coi nastri delle nostre bugie e tutte le parole non dette che ci mozzano il respiro.

domenica 27 marzo 2011

Radio

Him

by =Romaji

I look into your eyes
And see your love in surprise
I blush at your smile
My love is far from denial
I touch your cheek
Though my soul is meek
I kiss you softly on the lips
And stroke your face with my fingertips
My burning passion what I hold
You love me is what I was told
I hope it’s true
Because I love very few
This is a promise I will make to you
My heart, to please, is yours to do
With what you please
All I ask is that you don’t tease.

 

* Mi piaceva e l’ho voluta segnalare *

sabato 26 marzo 2011

Never let me go

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Ci hanno dato un tempo vastissimo per vivere, un altro ce l’hanno dato per morire. Sei una ballata di quelle lente, di quelle che si stringono in vita per non lasciarle andare, di quelle di cui si sente il brivido che è un fiocco d’ogni segreto, che è una mano sul cuore.

Non volevo che mi lasciassi; non lasciarmi. Non voglio sfiorire – ultimo corvo, ultima stella. Ultimo uccello levato in volo, di quelli che si seguono col dito e non si sa mai dove vanno a finire.

Forse dentro noi stessi.

Per questo ti dico che ho seminato papaveri, sì papaveri. E ne ho seminati mille, come il titolo della mia storia – eh, già, Mille papaveri rossi. E poi addosso, sullo stelo, c’erano dei peli ch’erano sogni taciuti, che erano spine smussate dal nostro arrossire in un pensiero alle corolle. E vi ho attaccato dei piccoli pensierini, di quelli dolci, di quelli che son pezzi di luna per dimostrare che è fatta di miele. E ho lasciato che il vento smuovesse questi animi e cancellasse ogni paura. E sentire che l’unica paura che è rimasta è quella che questo vento tira troppo forte; allora ti stringo a me per sentirti un istante in più. Non vorrei mai ti portasse via.

Ho detto che non ti avrei mai lasciato andare.

E non l’ho fatto.

venerdì 25 marzo 2011

Note blu

Talvolta certe frasi guastano serate. E ti chiedi se qualcuno abbia mai capito qualcosa di te.
E poi parli ancora e scopri che il muro è l'unica salvezza.
Sì, è un po' sporco; vuol dire che ci abbiamo scritto troppo.
Speriamo riesca a scrivere, speriamo trovi il quadro premuto contro la parete, e i fogli di giornale sparsi per terra, e poesie incendiate. E pezzi di stoffa bianca appesi a fili spinati.
E poi sai davvero tutto.
E tutti sanno nulla.

* Che poi mi chiedo perchè dopo una giornata
di studi sia fragile e nessuno si rende conto
di quello che provo.*

domenica 20 marzo 2011

A postcard for the sky

A lei, che è il fulcro di ogni rosa, che è ogni autunno a vestire e svestire di sentimenti e peccati un giorno d’oro, un incubo d’argento.
 
* * *
Una cartolina per il cielo. Mandale i saluti di sospiri smarriti, e mille estati ancora davanti e tanti inverni sepolti in antri di te.
Mandami un cartolina.
Per il cielo.
Prima che tutto si chiuda e non rimanga che un filamento d’inchiostro tra la carcere dei tuoi silenzi. Neve, neve. Luna sbrogliata d’altri panni, vestita di ricordi come toppe dal taglio distratto, cucite addosso da una sarta orba.
- Eppure è bellissima… -
Ritorna da me, piccolo sussurro.
– Ti ho chiuso in una carta da lettera sigillata con un gemito di protesta per non dirti addio –
Sparks will fly
Beneath the luna alight,
Lazarus at Frankestein,
baby i’ll be a flightliner
for a heartkiller.



E volerà; tu, lei, tutto, sopra un cielo d’acquamarina dipinto da una rondine. Che, oh, che…
Fenice d’argento sfiorerò ogni traccia d’inchiostro che ha assaporato il crepuscolo.
“Ti ho disegnato su una carta troppo stretta per incidere, uccidere, il mio amore.”
Hai acceso una scintilla, una vampa sottile, un clamore sulla mia pelle.
– Incidimi –
– Dammi la mano –
– Moriamo –
E finché avremo soffiato tutte le stelle del cielo non sarà successo nulla. E se vedremo la sua scia, cometa, insicura, turbare il torpore malato del cielo, grideremo di piacere perché ci ha distrutto.
Non ho ancora finito di sentire il respiro di tutto ciò… Sa di sangue, sai?
Non è acido, né miele a imbrogliare le nostre lingue. È siero che ha attaccato le lettere una all’altra – fino ad ora – e non ci lascerà mai.
Sei la mia A più bella.
Vestita così, vestita di nero e di blu.
Vestita così, vestita di rosso peccato che ha sbavato leggero il nostro sentiero.
– Inquinami –
– Non ti chiedo altro –
Voglio pure che il tuo schizzo più piccolo, arte consunta nella sua poesia, sfiori i miei pensieri. Compagna preziosa di mille sospiri sussurrati per legare una frase a una stretta che percorre la tua schiena. E indugia, un istante all’altezza del cuore, impudente scivola d’amante.
– D’abbraccio –
Ho sparso tanto inchiostro blu sul tuo corpo, così quando ti sveglierai potrai seguirmi.
Potrai, inseguire, questi nastri maldestri per il tuo attacco di cuore.
– Non ti lascerò morire a lungo –
Se tu soffierai del tuo tramonto arrossato le pareti del foglio.
* * *
Hai mai ballato?
Ballato davvero, col cuore che urla perché alle caviglie si sono imbrogliate tutte le bugie dei tuoi sentimenti. In nastri d’organza.
Cosa vuoi? Tramonto spezzato.

Lei è una ballerina della compagnia caduta. Non ha mai avuto un coreografo. Né un amante che le spegnesse ogni fremito in gola. Solo note – e bottoni –.
Note e bottoni – e soffioni –.
Note, bottoni e soffioni.Buttons_by_larafairie
Raccoglie le sue vesti da terra. Sono così ruvide. Sì, sono la tela su cui hai dipinto la tua musica.
Fa un passo. S’alza su una punta, ricade, storto, dritto, volteggio! È un’approssimazione di speranza.
« Dammi un nota. »
Che sia un sol, non so, forse un do. O la fragilità di dire re-mi.
Dimmi di sì.
Allora i suoi passi fanno: la-la-la, sol, la, si, mi – fa – re – mi – do…
Qualcuno ti ha mai imbracciato tra le sue poesie… d’inchiostro?
Prendi una nota, un bottone, un soffione.
E stringiti questi fasci di luna nascente addosso.
Bum!
È solo un fiore rinchiuso in se stesso. Abbracciata da sottili tracce di penne diverse, strappa i bottoni col sussurro di do, do, do. Poi sorride.
Avvicina un bottone all’occhio. Lo spiraglio, il traforo di là dove passa l’ago. E vede, persa, dispersa, smarrita. Sarà un altro mondo.
Una parola, una frase, una lettera che sia.
Mutare nel caldo bacio di poesia e lasciare ancora tesi filamenti a terra. Prendili, prima che finisca.
– Si – do – re – mi – fa – sol – la – si.
«Hai mai sfiorato
Le lettere del tuo silenzio,
e rotto ogni pensiero velato,
e avvolgere gli strascichi bugiardi
di questo volo,
sa d’assenzio.
E meraviglia dal sonno malato.
Svegliati, oh mia ballerina, sopra
Il letto solo aghi di morfina,
nel tuo cuore solo cenere di petardi
scoppiati ai tuoi passi
sempre più insicuri
sul mio corpo,
e chiudi gli scuri
che sarà solo il tarpo
di questo fiato.
– Allora, mi hai mai sognato? – »
* * *
Qualche giorno dopo Tempesta dette Neve, e Neve dette Furia. E la ballerina, rinchiusa in stanze di sé, aprì la lettera. Un ammiratore sconosciuto, una fiaba infame, una storia riversa sul lago della sua vita.


La ballerina della compagnia caduta raccolse le sue vesti d’amante, di strega, di fata perduta, allora. Raccolse la sua stessa orchestra, frattaglie d’oro a rompere note di legno, e partì. Per dove, ancora, non sa. Con chi, forse è un miraggio che fracassa il silenzio e gli sussurra attimi di speranza al sangue ormai arido.
Voglio strappare l’ultimo gemito di passione alla luna.
E forse legheranno le loro mani, e forse si getteranno… Oh! Che paura, li vedi? Caduti come immigrati nel cielo in un sogno di polvere. Chi è costei, che li accetta? Un bacio di luna tra le coltri di cenere e gelo. Un soffio d’argento in un lenzuolo d’alba sbiadita. Cancellata.






















































































sabato 19 marzo 2011

La ballata dell’amore perduto

Ci sono pensieri, momenti fermi, bloccati e dissolti. In questi giorni capita di riflettere e pensare, di aver – forse – trovato la chiave di volta per riudire le note scricchiolanti di quel carillon... quel carillon che in fondo abbiamo un po’ tutti, nascosto in un angolo, che non s’apre nemmeno più.To_Write_Love_On_Her_Arms_by_kittiem

Ripensavo a un vecchio amico. E pensavo all’autunno, che ci veste e ci sveste, e ogni volta ci ricuce addosso abiti troppo stretti, sottili come pensieri indiscreti, o forse larghi come ventri di madri. E allora ci contendiamo la morte, annaspiamo nel nostro regno di pieghe, abiti, foglie marce. C’è il tempo in cui bisogna fare la muta. C’è il tempo in cui siamo ossa d’amore corrose da un rintocco di neve.

E man mano ti rendi conto di quanto di tutto questo è andato, di quanto vorresti riafferrare, sfiorare il bisbiglio dei tempi perduti con una certa nostalgia che è come un abbraccio di coperte durante una notte gelida. Di quanto di tutto questo ha un’ebbrezza segreta che vorresti riprovare. Ma solo per un attimo. Ho stretto addosso ai miei giorni respiri più corti, finché non hanno avuto più cuori da far battere, non hanno avuto più silenzi da pompare, che in realtà eran chiacchiere. Sono qui, ho chiuso in uno scrigno tutte le forme di carta, ritagliate col sentore di un bambino dell’asilo, col ricordo della forbicina dalle punte arrotondate. Ho paura di riaprirle; ho paura che tutto possa investirmi, ho paura che non mi basto più. Ho paura di tutti i piedistalli di cristallo che mi hanno trattenuto in bilico prima, con la sicurezza di poi di non cascar mai – coi sibili dei per sempre – , e ho visto tutto incrinarsi, inclinarsi, dopo, sottratto come la mano veloce di un ladro bambino. Ho paura che possa cadere pure adesso. Ma oh, che disgrazia! Cos’è, nulla? Non so cos’è. Non so cos’è la terra straniera della mia stasi, quel lago di ghiaccio che col tempo m’è diventato sempre più amico.

E poi sei arrivata tu, lei, l’altra lei. C’è stato un crepuscolo, ci sono state le nuvole alle cinque del mattino, quelle che cenere su un bagno di tenero sangue. C’è stato il preludio dell’amore. C’è stata la vita, la morte, lo spogliarli di tutti i filamenti strettimi in vita.

Ho imparato a scrivere. Ho imparato a concedermi a tutti i piccoli piaceri del mio carattere, ho imparato a sfruttare i miei peccati, ho imparato a non sapere qual è la mia paura. Ho paura di non aver capito, solo questo. Ma tutto ciò ha un’astrattezza che confonde. Ch’è solo fumo tra le mie braccia.

Ho capito di non avere più certezze l’attimo prima, quello dopo ero afflitto dalla semplicità di un attimo fa, che avevo imbrogliato tutto me stesso.

Ho imparato che le certezze sono un pugno di miseria nelle mani degli illusi.

E non ho imparato niente.

Ho imparato a respirare, quel poco, a essere falco. A essere falco in gabbia. A smuovere la mia testa tra le sbarre sottili, a sguazzare nelle mie ceneri fredde. Ho allegato al mio cuore un po’ di sentimento.

L’ho rovesciato sulle dita. Sulla carta immaginaria di questi schermi.

Scrivere fa male, fa male il fatto d’indossare tutti quei fantasmi. Fa male il fatto d’indossarli senza sapere perché. Scrivere non è solo per se stessi, perché senza gli altri non si potrebbe scrivere per noi. Se non senti una storia, se non senti la vita, è impossibile promettersi qualcosa. Il mio amico di blog, ora buon’anima, scomparso come quasi tutti gli altri, rimuginava sull’essere inconcludenti. Ho imparato questo. Ho imparato a vedere diverso. Ho imparato che per finire le mie storie, ci devo credere veramente. Ho imparato che non le finisco per me, ma le finisco per qualcun altro. Le scrivo per qualcun altro. Per l’amore, per l’amica, per un sogno. Perché se è no non saranno mai nostre. Campare tutto ciò in aria, tutto questa fantasia, queste storie scritte… Devono pur appartenerci, anche solo un po’. E per essere nostre devono regalarcele. Regalami una storia. Questo bisognerebbe fare a Natale, per il compleanno. Regalami una storia. Che sia un bacio, una carezza, un amore, la storia di un dolore. Ce l’hanno regalata gli altri, inconsapevolmente, e l’abbiamo mutata ai nostri canoni e abbiamo pensato a loro, che ce l’hanno regalata - hanno regalato loro stessi – quando volevamo gettare tutto. E non l’abbiamo fatto, perché in fondo in fondo li volevamo bene. Ed era quest’amore, questa forza, a darci le parole adatte per completare le nostre piccole storie, per legarvi con un tocco delicato il finale in un fiocco. Che alla fine è solo un nastro d’alba.

Si vive per gli altri. Perché se non ci fosse qualcuno a sorreggerci le ossa, saremmo soltanto un mucchio di polvere.

venerdì 18 marzo 2011

Nel sorgere delle tue poesie sarò solo un manichino in una tempesta di sole.