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giovedì 11 agosto 2011

to someone else

Legarci i tuoi sogni con lo spago. Per dirci che ci amiamo.

Crocifiggere i miei sogni.

Per dirmi che mi ami.

martedì 28 giugno 2011

Terza blu.

.Non leggetelo, non serve a nulla, oltre ad assorbire i pianti in un foglio che scrostato conduce le lacrime tra i baci e gli abbracci infiammati.


 
E adesso gioca a fare gli indovinelli tra le mie lacrime.
Così, per gioco. Dimmi cosa ne è rimasto, le nostre cere lacerate dai tuoi silenzi usurati, i tuoi sentimenti sverginati dalle troppe frasi morte senza ossigeno, di quelle incastrate nella gola che hanno troppo inchiostro. Dimmi cos’è rimasto di noi? Dieci anni, tre anni, due anni, cinque mesi, tre mesi. Una pagine di libro che si gira, se vuoi puoi tornare indietro a guardarla da lontano, come se fosse una presa d’esistenza, un piedistallo troppo forte, un cristallo incrinato, tenuto insieme dalle nostre lacrime. I nostri cieli. I nostri rimorsi.
E io che ci starei altri dieci anni a incastrarmi tra quelle battute finali, talmente intricato tra le a e le e troppo aperte da creare i nostri piccoli mondi vomitati dai tramonti di fine scuola, in cui ci prendevamo la mano e dicevamo… a settembre. Senza rimpianti, senza lacrime posticce. Senza le lune di plastica degli ultimi tre anni, di quelle comprato al mercatino cinese, che ci passi così tanto tempo che non si romperanno mai per il bene che le vuoi.
E io ho pensato, che se potessi in queste ultime battute finali aggiungerei sempre nuove voci, frasi, altri adii, altri anni insieme, l’infinito trattenuto sotto la presa di un pc. La tastiera che fa ttittitì.
Che poi alla fine se guardi il vento ci distacca, così, e noi che non vogliamo e che al contempo ci lasciamo vittime di tutti quegli sguardi malandati. Che incrina inevitabilmente ogni cosa, che ci sposta, rotea i frammenti dei nostri passati… e perché le lacrime si trattengono davanti a tutti, ti restano lì, a farti le doppie palpebre e ti dicono non piangere, quando esci e sei da solo le lacrime ti fanno il vestito. Le lacrime sono metafore di stelle che aprono stridore di ricordi sulla pelle, quella pelle che è il nostro cielo.
Che se lo guardi veramente abbiamo soltanto cambiato costellazione.
Che se lo guardi veramente, ci vedi passare, talvolta, quelle scie di lacrime che si tingono d’immenso, quel pianto d’intenso che è stelle, così belle. E che tra le loro effimere bugie non hanno bisogno di sentirsi belle. Lo sono e basta. Lo sono in quest’ultima notte in cui tutti ci apparteniamo a vicenda. Le tue rughe, soprattutto, le tue maldive, che sono peggio delle dive sui palchi distrutti da voci scricchiolanti. La tua pensione d’artista che ti rivendica il passato e pensarci tutto di un colpo ti rendi conto – ciccia, che insomma sei stata grande. La tue interrogazioni da paura, l’ansia di ripassare, lo studiare pomeriggi e scoprire che i tuoi occhiali saltano sempre il mio nome e dopo tre mesi s’accorgono che non ho il voto. E allora mi trovi lì, a sorridermi mentre pronunci seattle: shuttle. La tua fiducia, il tuo sorriso, il tuo essere buona e farmi attaccare a una materia che odiavo. Sai, c’erano i tuoi occhiolini, i tuoi ‘quanto sei bello’, i tuoi sguardi che mi dicevano di stare attento a te, i tuoi… i tuoi che non ci son più. Non ci saranno i miei sbadigli nel campo della palestra a mendicare i tuoi rimproveri. Non ci saranno i voti di pronuncia, i tuoi capelli biondi, il tuo ti piace la lingua, il tuo sei appiccicoso, i miei abbracci. Non ci saranno i tuoi occhiali da nerd, i tuoi sorrisi – i tuoi: gioia ma che cosa stai dicendo? Ebbene, non ci sarà il letterato della terza blu un altro giorno per te. I tuoi occhiali rosa, tutto quello che vuoi che alla fine ne troviamo sempre una nuova, una cosa in comune.
Adesso che siamo sospesi, così, per sempre.
Adesso che sono sospeso in te, e non ho parole per dirtelo. Per dirtelo così, perché tutto quello che ti ho detto e che ti avrei voluto dire non ci sono parole per riversare i tratteggi di un quadro stupendo che sono io che miro alle tue letture di poesie in maniera fulgida, così che si ricopra d’argento il sorriso di una lezione infinita. Vorrei, dovrei scriverti di più, un’intera pagine dedicata a te. Ma non ho la felicità per ricordarti con poesia. Ti dico solo che ci sarai sempre.
Cosa resta… dimmelo cosa resta tra le tue lentiggini, i nostri destini sputacchiati sul tuo volto, della terza blu? Della verde che eravamo ma poi il cielo ci ha costretti a riflettere la sua bellezza. Cosa resterà, dei nostri insieme e ci vorrebbero altre cento pagine per ricordare ogni accaduto, ogni silenzio, ogni parola e ogni sorriso.
Dei tuoi baci, del tuo parlare tedesco e dei tuoi capelli neri impigliati alla germania.
Di queste pagine, ditemelo voi se posso rimanere incastrato, un segnalibro, una nuova frase. Ditemelo che ci manca il punto finale, così vuol dire che siamo infiniti. E che allora continuiamo a scorrere per sempre.
Grazie di tutto.
Per sempre.

sabato 25 giugno 2011

stelle e strisce.

Nelle nostre stelle-lune ho visto. Ma forse perché erano di carta quando si spostavano per seguirci tra le parole... forse era perché le tue rose d’ottone catturavano il sole.

L'amore:

“Sapete, dovreste essere più buono per sentire come il mio respiro sia a spostare le vostre stelle”

Forse le stelle dalle dita lunghe hanno freddo nastri vuoto e oro…

forse sono state tagliate e messe giù perché i loro sentimenti infioccavano il vuoto.

martedì 14 giugno 2011

I tuoi gesti maldestri mi mozzavano le parole.


«
Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere  »

(O.Pamuk, Istanbul, 2003)

domenica 20 marzo 2011

A postcard for the sky

A lei, che è il fulcro di ogni rosa, che è ogni autunno a vestire e svestire di sentimenti e peccati un giorno d’oro, un incubo d’argento.
 
* * *
Una cartolina per il cielo. Mandale i saluti di sospiri smarriti, e mille estati ancora davanti e tanti inverni sepolti in antri di te.
Mandami un cartolina.
Per il cielo.
Prima che tutto si chiuda e non rimanga che un filamento d’inchiostro tra la carcere dei tuoi silenzi. Neve, neve. Luna sbrogliata d’altri panni, vestita di ricordi come toppe dal taglio distratto, cucite addosso da una sarta orba.
- Eppure è bellissima… -
Ritorna da me, piccolo sussurro.
– Ti ho chiuso in una carta da lettera sigillata con un gemito di protesta per non dirti addio –
Sparks will fly
Beneath the luna alight,
Lazarus at Frankestein,
baby i’ll be a flightliner
for a heartkiller.



E volerà; tu, lei, tutto, sopra un cielo d’acquamarina dipinto da una rondine. Che, oh, che…
Fenice d’argento sfiorerò ogni traccia d’inchiostro che ha assaporato il crepuscolo.
“Ti ho disegnato su una carta troppo stretta per incidere, uccidere, il mio amore.”
Hai acceso una scintilla, una vampa sottile, un clamore sulla mia pelle.
– Incidimi –
– Dammi la mano –
– Moriamo –
E finché avremo soffiato tutte le stelle del cielo non sarà successo nulla. E se vedremo la sua scia, cometa, insicura, turbare il torpore malato del cielo, grideremo di piacere perché ci ha distrutto.
Non ho ancora finito di sentire il respiro di tutto ciò… Sa di sangue, sai?
Non è acido, né miele a imbrogliare le nostre lingue. È siero che ha attaccato le lettere una all’altra – fino ad ora – e non ci lascerà mai.
Sei la mia A più bella.
Vestita così, vestita di nero e di blu.
Vestita così, vestita di rosso peccato che ha sbavato leggero il nostro sentiero.
– Inquinami –
– Non ti chiedo altro –
Voglio pure che il tuo schizzo più piccolo, arte consunta nella sua poesia, sfiori i miei pensieri. Compagna preziosa di mille sospiri sussurrati per legare una frase a una stretta che percorre la tua schiena. E indugia, un istante all’altezza del cuore, impudente scivola d’amante.
– D’abbraccio –
Ho sparso tanto inchiostro blu sul tuo corpo, così quando ti sveglierai potrai seguirmi.
Potrai, inseguire, questi nastri maldestri per il tuo attacco di cuore.
– Non ti lascerò morire a lungo –
Se tu soffierai del tuo tramonto arrossato le pareti del foglio.
* * *
Hai mai ballato?
Ballato davvero, col cuore che urla perché alle caviglie si sono imbrogliate tutte le bugie dei tuoi sentimenti. In nastri d’organza.
Cosa vuoi? Tramonto spezzato.

Lei è una ballerina della compagnia caduta. Non ha mai avuto un coreografo. Né un amante che le spegnesse ogni fremito in gola. Solo note – e bottoni –.
Note e bottoni – e soffioni –.
Note, bottoni e soffioni.Buttons_by_larafairie
Raccoglie le sue vesti da terra. Sono così ruvide. Sì, sono la tela su cui hai dipinto la tua musica.
Fa un passo. S’alza su una punta, ricade, storto, dritto, volteggio! È un’approssimazione di speranza.
« Dammi un nota. »
Che sia un sol, non so, forse un do. O la fragilità di dire re-mi.
Dimmi di sì.
Allora i suoi passi fanno: la-la-la, sol, la, si, mi – fa – re – mi – do…
Qualcuno ti ha mai imbracciato tra le sue poesie… d’inchiostro?
Prendi una nota, un bottone, un soffione.
E stringiti questi fasci di luna nascente addosso.
Bum!
È solo un fiore rinchiuso in se stesso. Abbracciata da sottili tracce di penne diverse, strappa i bottoni col sussurro di do, do, do. Poi sorride.
Avvicina un bottone all’occhio. Lo spiraglio, il traforo di là dove passa l’ago. E vede, persa, dispersa, smarrita. Sarà un altro mondo.
Una parola, una frase, una lettera che sia.
Mutare nel caldo bacio di poesia e lasciare ancora tesi filamenti a terra. Prendili, prima che finisca.
– Si – do – re – mi – fa – sol – la – si.
«Hai mai sfiorato
Le lettere del tuo silenzio,
e rotto ogni pensiero velato,
e avvolgere gli strascichi bugiardi
di questo volo,
sa d’assenzio.
E meraviglia dal sonno malato.
Svegliati, oh mia ballerina, sopra
Il letto solo aghi di morfina,
nel tuo cuore solo cenere di petardi
scoppiati ai tuoi passi
sempre più insicuri
sul mio corpo,
e chiudi gli scuri
che sarà solo il tarpo
di questo fiato.
– Allora, mi hai mai sognato? – »
* * *
Qualche giorno dopo Tempesta dette Neve, e Neve dette Furia. E la ballerina, rinchiusa in stanze di sé, aprì la lettera. Un ammiratore sconosciuto, una fiaba infame, una storia riversa sul lago della sua vita.


La ballerina della compagnia caduta raccolse le sue vesti d’amante, di strega, di fata perduta, allora. Raccolse la sua stessa orchestra, frattaglie d’oro a rompere note di legno, e partì. Per dove, ancora, non sa. Con chi, forse è un miraggio che fracassa il silenzio e gli sussurra attimi di speranza al sangue ormai arido.
Voglio strappare l’ultimo gemito di passione alla luna.
E forse legheranno le loro mani, e forse si getteranno… Oh! Che paura, li vedi? Caduti come immigrati nel cielo in un sogno di polvere. Chi è costei, che li accetta? Un bacio di luna tra le coltri di cenere e gelo. Un soffio d’argento in un lenzuolo d’alba sbiadita. Cancellata.






















































































sabato 19 marzo 2011

La ballata dell’amore perduto

Ci sono pensieri, momenti fermi, bloccati e dissolti. In questi giorni capita di riflettere e pensare, di aver – forse – trovato la chiave di volta per riudire le note scricchiolanti di quel carillon... quel carillon che in fondo abbiamo un po’ tutti, nascosto in un angolo, che non s’apre nemmeno più.To_Write_Love_On_Her_Arms_by_kittiem

Ripensavo a un vecchio amico. E pensavo all’autunno, che ci veste e ci sveste, e ogni volta ci ricuce addosso abiti troppo stretti, sottili come pensieri indiscreti, o forse larghi come ventri di madri. E allora ci contendiamo la morte, annaspiamo nel nostro regno di pieghe, abiti, foglie marce. C’è il tempo in cui bisogna fare la muta. C’è il tempo in cui siamo ossa d’amore corrose da un rintocco di neve.

E man mano ti rendi conto di quanto di tutto questo è andato, di quanto vorresti riafferrare, sfiorare il bisbiglio dei tempi perduti con una certa nostalgia che è come un abbraccio di coperte durante una notte gelida. Di quanto di tutto questo ha un’ebbrezza segreta che vorresti riprovare. Ma solo per un attimo. Ho stretto addosso ai miei giorni respiri più corti, finché non hanno avuto più cuori da far battere, non hanno avuto più silenzi da pompare, che in realtà eran chiacchiere. Sono qui, ho chiuso in uno scrigno tutte le forme di carta, ritagliate col sentore di un bambino dell’asilo, col ricordo della forbicina dalle punte arrotondate. Ho paura di riaprirle; ho paura che tutto possa investirmi, ho paura che non mi basto più. Ho paura di tutti i piedistalli di cristallo che mi hanno trattenuto in bilico prima, con la sicurezza di poi di non cascar mai – coi sibili dei per sempre – , e ho visto tutto incrinarsi, inclinarsi, dopo, sottratto come la mano veloce di un ladro bambino. Ho paura che possa cadere pure adesso. Ma oh, che disgrazia! Cos’è, nulla? Non so cos’è. Non so cos’è la terra straniera della mia stasi, quel lago di ghiaccio che col tempo m’è diventato sempre più amico.

E poi sei arrivata tu, lei, l’altra lei. C’è stato un crepuscolo, ci sono state le nuvole alle cinque del mattino, quelle che cenere su un bagno di tenero sangue. C’è stato il preludio dell’amore. C’è stata la vita, la morte, lo spogliarli di tutti i filamenti strettimi in vita.

Ho imparato a scrivere. Ho imparato a concedermi a tutti i piccoli piaceri del mio carattere, ho imparato a sfruttare i miei peccati, ho imparato a non sapere qual è la mia paura. Ho paura di non aver capito, solo questo. Ma tutto ciò ha un’astrattezza che confonde. Ch’è solo fumo tra le mie braccia.

Ho capito di non avere più certezze l’attimo prima, quello dopo ero afflitto dalla semplicità di un attimo fa, che avevo imbrogliato tutto me stesso.

Ho imparato che le certezze sono un pugno di miseria nelle mani degli illusi.

E non ho imparato niente.

Ho imparato a respirare, quel poco, a essere falco. A essere falco in gabbia. A smuovere la mia testa tra le sbarre sottili, a sguazzare nelle mie ceneri fredde. Ho allegato al mio cuore un po’ di sentimento.

L’ho rovesciato sulle dita. Sulla carta immaginaria di questi schermi.

Scrivere fa male, fa male il fatto d’indossare tutti quei fantasmi. Fa male il fatto d’indossarli senza sapere perché. Scrivere non è solo per se stessi, perché senza gli altri non si potrebbe scrivere per noi. Se non senti una storia, se non senti la vita, è impossibile promettersi qualcosa. Il mio amico di blog, ora buon’anima, scomparso come quasi tutti gli altri, rimuginava sull’essere inconcludenti. Ho imparato questo. Ho imparato a vedere diverso. Ho imparato che per finire le mie storie, ci devo credere veramente. Ho imparato che non le finisco per me, ma le finisco per qualcun altro. Le scrivo per qualcun altro. Per l’amore, per l’amica, per un sogno. Perché se è no non saranno mai nostre. Campare tutto ciò in aria, tutto questa fantasia, queste storie scritte… Devono pur appartenerci, anche solo un po’. E per essere nostre devono regalarcele. Regalami una storia. Questo bisognerebbe fare a Natale, per il compleanno. Regalami una storia. Che sia un bacio, una carezza, un amore, la storia di un dolore. Ce l’hanno regalata gli altri, inconsapevolmente, e l’abbiamo mutata ai nostri canoni e abbiamo pensato a loro, che ce l’hanno regalata - hanno regalato loro stessi – quando volevamo gettare tutto. E non l’abbiamo fatto, perché in fondo in fondo li volevamo bene. Ed era quest’amore, questa forza, a darci le parole adatte per completare le nostre piccole storie, per legarvi con un tocco delicato il finale in un fiocco. Che alla fine è solo un nastro d’alba.

Si vive per gli altri. Perché se non ci fosse qualcuno a sorreggerci le ossa, saremmo soltanto un mucchio di polvere.

lunedì 14 marzo 2011

Incarceron

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Have you ever talked to Incarceron, Maestra? In the darkest night when everyone else is asleep? Prayed and whispered to it? Begged it to end the nightmare of nothingness? That’s what the cell-born do. Because there is no one else in the world. It is the world.

- Incarceron, Catherine Fisher.

Trad: Hai mai parlato di Incarceron, Maestra? Nella notte oscura quando tutto il resto è addormentato? Pregate e sussurrate per questo? Pregate che l’incubo del nulla finisca? Questo è quello che la cellula d’origine sa fare. Perché non c’è altro nel resto del mondo. Questo è il mondo.

L’ho agognato. L’ho amato sin da quando l’ho visto nelle anteprime dei romanzi inglesi. Poi è passato un anno, e l'ho quasi dimenticato. Poi mi è ritornato nella mente e non potevo più aspettare. L’ho ordinato. In Inglese. Fa nulla. S’impara.

Quello sopra sono io col succitato libro ^^

sabato 5 marzo 2011

Hirondelle

Ritorno ^^.

Dopo tanto tempo, un nuovo racconto. Primo classificato a un contest e vincitore premio stile.

Buona lettura.

Vorrei ascoltarti ancora. Dimmelo, di nuovo, col cuore in gola. Su altri piani, ingialliti come macchioline d’immenso nell’ambra dei tuoi occhi, li scandisco a uno a uno tra le mie dita. Ogni singola lettera, tracce, sangue di sogni riversati sulle carte del nostro amore… ti prego, un’altra volta. L’ultima.

Eternamente tua.

È di una dolcezza infinita, come una sonata… una sviolinata in Antartide, col ghiaccio che ti frange il pensiero, che si specchia fra la spuma di mare. Un soffio, l’infinitesimale desiderio schiuso e raccolto. Mano di ragazza che lava i peccati. Sei, eternamente mia?

Stap! Ti ripongo come ultimo avamposto dei ricordi, tra la polvere. Esalo un sospiro, mi vedi? Io no. Sono giorni che sei partita e di te rimembro assieme solo calici di vinaccia che ora sono una bottiglia. Composta, l’ultima droga.

Richiudo la credenza, le mie dita scivolano tra le imposte, assaporano il vetro strappandone un velo di polvere. Mi giro, la stanza è trafitta da pulviscoli che perforano i tavoli e si screziano nei fasci di luce che entrano dalle vetrate. E poi lo sento! Lo sento il rombare del mare, focoso, irato con me stesso e il mio cuore. Distante anni luce, però ha pure le sirene. Magari in fondo all’oblio, ma le ha.

Mi avvicino a un tavolo. Abbozzo un sorriso di quelli che scolano malinconia come alcol puro ai margini delle labbra. Che beffarda la solitudine, una fiamma d’evanescenza che brucia tutto intorno a me. Un vaso di fiori nel mezzo delle rughe di legno distese. Camelie rosse. I petali si rincorrono battuti da uno sprazzo di vento, suadente. Mi avvicino, le sfioro col naso, il loro fulcro sboccia per cogliere ciò che ne è rimasto della miseria… un pugno di sabbia. Non hanno odore. Non l’hanno mai avuto. Ritorneresti, vero? Lo faresti solo se ti dicessi che queste camelie fossero l’essenza dei nostri baci. E che magari con un altro bacio profumerebbero del tuo respiro. Acquasanta e conchiglie macinate.

* * *

Corre. Ma dietro lei ancora il mondo ne serba il ricordo, ne imprime le vestigia. Passettini sull’oceano di sabbia. E lei rifugge dall’accogliente volta indorata, che la imprigiona dabbasso come cielo stellato da conchiglie. Scalza, assaggia anche l’arroventare della sua fuga. Una fuga che sa’ di lamponi infilati tra i denti dall’amante bastardo, seduti sulle balaustre dell’inferno a osservare l’oceano. Per sentirsi se stessi.

Una striscia di acqua le passa accanto, si disegna tracciando blu schiumato all’infinito. I piedi si bagnano, una brezza fresca che la incatena ancora alla terra. Una terra scossa dal fremito dell’anima della ragazza che, oh, casca lasciando il calco del suo passaggio. In balia delle onde, della memoria, sente la redenzione dall’oceano. E le dita che vorticano, verso il cielo, tra le rondini che s’incrociano e cascano al suolo in macchie d’inchiostro.

Proiettano una scritta. L’ultima, perché lei lo vuole. Lei lo sa.

Eternamente tua.

E poi fugge, di nuovo. Lasciando dietro i suoi passi spuma di mare e tracce d’inchiostro cristallizzate. Piume malate.

sabato 12 febbraio 2011

I can fly with you

Ho paura di non riuscire a essere all’altezza di te. Ho paura che non lo sia stato. Ho eretto una crisalide di ghiaccio fra me e te, che seppur le tue timide strette di mano non riuscivo a sciogliere. C’è un distacco profondo. La rete è un mondo intimo, aperto sul varco di una base nulla, la realtà tramuta tutto in qualcosa di vero, che ha tatto e puoi ammirarne la metamorfosi imprevedibile in ogni istante.

E vederti davanti, è stato struggente. Bellissimo, un brivido, un urlo fino al cielo, una paura salita verso un’ansa del mio cuore.

Sei tu? Mi abbracci, energica, il calore che si diffonde come un elisir raccolto in un’ampolla oblunga, stretta e sottile come il tuo tono di voce.

La mia graziosa ballerina, una violetta cresciuta tra erbacce in un bosco freddo.

Ho paura… paura di non essere abbastanza. Abbastanza perfetto.

Ho paura che stringendomi la mano, io non sia all’altezza di ciò, di questo volo in cui trascini sgraziata, me. E ho paura di cadere.

E talvolta la paura è una bestiola mediocre che dopo la sua scopata si rannicchia su se stessa, sgretolata come la vita di un pipistrello al giorno, inoffensivo, pronto a scattare. Triste, malinconica. Una dose di ispirazione.

Quando l’ancora alle tue paure possono soltanto essere i tuoi personaggi.

venerdì 11 febbraio 2011

E il mondo finisce

Ho provato ad averti, desiderarti, ho infilato un nastro d’alba tra l’ansito e l’altro del nostro di stacco. E ora corriamo, il tuo calore scinde le ore come fere d’inferno, d’inverno, e trapassi coltri instancabili, calme, così fragili che sotto la presa delle tue orme crepano gentili.

Imbraccio una candela, esasperante, che arde le brucianti anse di una strada, più larda, di un’ora più calma, vibrante. Mi sento un filamento bramoso di corrente tra le mani di qualcun’altro. Se stringe ancora di più, la crepa falcia l’inclinazione nell’ombra e la face avvizzisce come lavande di cristallo cadute.

Vuotamelo ancora, l’elisir dei tuoi occhi.

Meno un giorno, – qualche ora – devo solo aspettare pomeriggio. E il mondo finisce.

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I Can Wait Forever. Ma il tempo è scaduto e la coreografia sta per mettersi in piedi da sola. Un, due, tre!

 

Brap- bra-p, brap-brap-brrraaaap!

venerdì 4 febbraio 2011

For the moon

 Non sarà certo bellissima, ma è scritta col cuore, almeno questo.

19 (1)

Avrei creduto fossi un angelo,

per strappare le tue ali

e macchiarle del mio inchiostro

ogni fragile paura.

Avrei voluto immaginarti,

ma hai riscritto ogni parola,

sulle ali dell’immenso

hai sfiorato quest’inverno.

Ho immaginato fossi cenere,

ma la cenere non vola,                              

ho sfiorito una parola.                                                                       

- che sia! Una lacrima, una nota, un diesis da paura. -                   

Non hai tessuto più cristallo                                                             

ma i figli dei soffioni                                                                          

appesi ai nastri del tuo carro                                                            

per raggiungere la luna.                                                                    

 

A papà.

giovedì 27 gennaio 2011

Le danseurs dans l’obscurité

Dicembre felice,

vanificato il ricordo,

ch’ora, solerte,

s’aggrappa lontano e

s’accinge là in fondo

a smembrare d’infetto silenzio

corpi di gelo.

Come figli straziati,

estirpati da un livido campo

che dolente sfiorisce infranto.

 

E allora s’amano,

perché alla loro danza non c’è

scampo,

così oscura, dolce,

d’infinito stampo

è l’impronta sul vetro

che come famelico tratto

riassume l’inganno.

 

E allora colano,

particelle d’amore,

morte felici.

sabato 15 gennaio 2011

I Can Wait Forever 4

La corrispondenza continua, ancora, forse per sempre. E’ sul blog di Francy che potete leggere la risposta alla mia lettera, e più sotto la mia.
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12/02/1823 – Seconda lettera alla mia amata.
Parigi.

Oh, mia dama, che quel filo rosso di cui v’avevo parlato non imbrogli davvero il nostro fato? E che esso sia sgraziato non v’è dubbio.

Notre-Dame è una stella scesa in cielo, di quelle infervorate dai sospiri della mezzanotte. E mentre questa scoloriva i suoi panni oramai usurati, è dentro al mio core che s’aperta una frattura.

Stamane, il nitrire dei cavalli fu il tristo annunzio della mia partenza. Con tal rammarico ve ne chiedo venia, che il vostro solerte animo non disdegni ciò che mi spinge a farlo.

Parto col respiro asciugato in ciò che scrivo, sulla mia grafia è dove passa il vento. Poiché ebbi la sacrale notizia di mia madre, che reclama il mio nome al suo capezzale morente. Mi sento quasi in imbarazzo a confidarlo a voi. E pure è tutto questo che posso fare, celarmi dietro la vostra ira che scalcerà ai portoni della mia residenza. Ho paura, mia signora, che quando voi arriverete agli spalti di questa città, io sia già troppo lontano per udire ancora il romore del vostro battito.

Ora vi scrivo, il calamaio stretto tra le cosce, sulla condensa di questo finestrino che frappone il mio sguardo al mondo. Bagna il retro di questo foglio, così sottile. A vostra differenza, non ho valigie su cui incidere le mie sentenze, non ne ho portate. La fretta che mi ha ingiunto il grave stato di mia madre ha indotto a portare solo le carte della mia novella, racchiuse in una sacca di camoscio marrone, e fogli bianchi a cui è stato estirpato quest’immaturo su cui ora scrivo. L’altri fogli, casti del mio inchiostro, saranno impregnati dal dolore di questa imminente morte. Il dolore di una, ahimè, certa morte a cui vado a porgere i miei ultimi saluti. Ma sarà un attimo, ve lo giuro, mia dama.

E ancora gli attimi che ci separano sono infiniti. E non è forse vero che un attimo è per sempre?
Londra, mentre osservo questi fiocchi di neve che scendono giù dalle stelle, è l’angosciosa sorte a cui vado incontro.

E che sappiate perdonarmi. Stringere il nodo della benedizione attorno ai pensieri che mi concederete, che sian lieti o mesti.

Oh, addio, monna musa!
Addio! Addio!

POST SCRIPTUM: Speditemi le vostre lettere a Casa Hinchinghooke, nell'amata Londra a cui sto per far ritorno. Al mio arrivo, avrò modo di leggerle.

Ho ancora bisogno dei vostri umidi baci, non scordatelo.

domenica 19 dicembre 2010

Oh, quant'è dolce il tuo respiro, attaccato ad esso c'è il sapere che mi hai risposto.
Ti voglio un bene di quelli che nemmeno ti puoi immaginare.
E mi manchi, come all'ululato dell'oceano mancano le sirene.

sabato 18 dicembre 2010

L’ultimo

arma 

Prima mail.

Mi hai detto che è finito il mondo. O qualcosa del genere che s’intersecava ai termini apocalisse, armageddon. Ho sempre intravisto una possibile fine del mondo, benché non sappia precisamente di quale mondo si tratti, è quella breccia nel muro che spira aria gelata e che ambisce a risucchiarci. Ma adesso, ciò che voglio capire è la fine del mondo. Il concetto in causa implica l’estinzione di ogni singola forma di vita su un piano compatto o astratto, come preferite, ad ogni modo si parla di un piano, un’asse dove la vita prima della fine del mondo era ammessa. O forse mi parlavi di apocalisse? Qualcosa, una speranza che stava per abbattersi sulla terra e sterminarci tutti. E ci ha sterminati, o siamo ancora in vita? Non saprei certo dirtelo. Non saprei dirti se sono l’unico rimasto su questa terra, l’unico e se ne sta’ davanti al pc a scriverti mail a vuoto. Non saprei dirti se un meteorite è caduto sulla terra e io semplicemente mi trovavo un po’ più in là…

So solo che questa maledetta solitudine mi punge il cuore. E se è davvero finito il mondo, adesso mi affaccio dalla finestra e non c’è niente. E non ci sei. Forse è per questo che non né ho il coraggio.

Seconda mail.

Sono andato un attimo in salotto. Non è ciò che pensi, non ho guardato fuori, le finestre avevano le tendine scure calate e le tapparelle chiuse per benino, come hai ben capito non avevo nessuna voglia di cercarla, questa maledetta fine.

La mia casa è sostanzialmente intatta, oltre ai bicchieri di cristallo mezzi smozzicati dentro le vetrine, ma quelli sono così da sempre e sempre lo saranno. Mi chiedevo per il sole ma già ti ho parlato delle finestre… non filtrava un raggio di luce. Dovrei preoccuparmi forse, e correre subito a spalancarle per farmi baciare dal sole d’estate. Non l’ho fatto. Lo sai che sono un fifone, uno di quelli che vivono da soli con la tv accesa che parla da sola, per riempirsi un po’ di più da una disinteressante compagnia, ma pur sempre compagnia. Sai pure che io sono uno di quelli che sono per appunto soli, e ti ricordi Maddy? Il mio amico immaginario, quello che avevo da piccolo e poi puff! Un giorno mi sono svegliato e non c’era più. Beh, lo sai. Sono uno di quelli.

Mi sono avvicinato alla porta, con un po’ di coraggio raccolto in petto. Ogni giorno mi lasciano il giornale facendolo scivolare dalla soglia. Ecco, non c’era. Oggi nessuna copia mi aggiorna sulla fine del mondo, forse per il semplice fatto che sono spariti tutti. E allora? È davvero finito il mondo? O forse… si è fermato il tempo!

Terza mail.

Ti avevo avvisato sui miei sospetti che il tempo si fosse fermato. Sono di nuovo qua, al pc, e ho guardato in fondo a destra, e i minuti continuano a scorrere. Oh, scusa, che sono sciocco. I computer sono solo macchine e continuano a rimandare il tempo per sempre e anche se esso si fosse fermato non conterebbe nulla, nevvero? Allora, secondo il pc sono le 19:30, la sera dovrebbe essere calata da assai. L’unica cosa che potrei fare per accertarmi è aprire le finestre. Ci provo, però tu nel frattempo rispondimi, sai, così mi dici che il mondo non è finito ed era tutto uno scherzo e che magari non sono solo.

Allora… vado?

Quarta e ultima mail.

È pieno giorno.

E la città è un lastricato d’acciaio contorto che si disperde nell’immenso.

E tu, tu, non mi hai risposto!

martedì 14 dicembre 2010

Nemmeno il destino

Inspiration_in_a_bottle_by_the_unhype

A volte è strano come le idee possano giungere in tale maniera così affrettata, paiono ardenti di essere scritte, modellate. Ma non lo sono mai pronte. Beh, quelli accanto sono le mie storie. Le mie idee. I miei sogni. Le mie trame. Non è fantastico? Non è commovente? Da’ un senso di struggimento… come un’esplosione dentro. Così, come colombe che sbocciano da rami d’inchiostro, ma solo alcune riescono a spiccare il volo. A essere libere da ogni fardello, ad essere adulte e serene. Alcune rimangono impigliate, a noi stessi. Come feti abortiti da una madre crudele.

Ed è così. Con un esplosione che tutto viene fuori. Quando si ha la predisposizione per accoglierle, le idee. Che arrivano così, si accodano, si snodavano serpentine come un ramo, aggiungendosi a quella linfa d’inchiostro desiderosa di sbocciare, di dare i propri frutti. Con un’immagine apparsa da deviant, il nome di una città letto sul libro di francese, una città della Luisiana, e una costruzione decadente e malandata, (penso sia un acquedotto, anche se stranamente circolare e con soffitto a cupola). In maniera semplice, in maniera dolce e frenetica, quella che come brividi ti percorre le mani a narrare le storie della tua anima.

Syria è giunta a metà del suo cammino, è proprio una colomba d’inchiostro, una rondine, che vuole spiccare il balzo. E’ là sopra, a sinistra, attaccata alle altre, immatura, trattenuta tra le mie dita. Per una volta, ho il dubbio che si tramuta in certezza, che io possa davvero concluderla. Mettere una parola fine, ma al contempo un nuovo inizio, concludere ciò che il destino non ha voluto che facessi, ma che io ho riscritto sui miei piani, sui miei accordi. La storia di lei e di me che non sono riuscito a fare, che il destino, il caso, oscure mani che ne hanno voluto scrivere esiti diversi, ma che io voglio riscrivere. Perché ciò non me lo può impedire nessuno. Nemmeno il destino.

venerdì 3 dicembre 2010

E' inverno, cheto e blando si riversa come un calice di vino... porta con sè lingue arse dal ricordo. E vorrei solo averti accanto, per sapere che non sono solo, per sapere che tu mi scalderesti almeno un po'. 

lunedì 22 novembre 2010

quando non hai niente da fare e la lettura comporta solo stati a dir poco deliranti...

Mi rendo conto che ogni parola stimola un fascio cerebrale, ciò induce a pensare tante, troppe, cose.
Così come se pensiamo al suono di una parola, stimola; altroché. Pennello può essere intravisto come un albero dalle sfumature aranciate, con lunghi rami che odorano di cinnamomo, e mani che si aprono in foglie di carta ingiallita munite da anelli che sono grossi rampolli di succo d'arancia deflagrato. Questo è un pennello: lo stimolo percettivo dei sensi che produce una cornice dalle sfumature inquietanti, associate ai nostri desideri, al nostro vissuto.
Così come la parola White è una libreria dentro un faro, spazzata da una brezza satura di sale, dove una dama spolvera i suoi vecchi romanzi. Al contempo il faro è uno stendardo disperso tra lidi di finissima sabbia bianca, su un mare che profuma di anice muschiato. E così come il nome Gloria Winter è un fiume di cenere che scorre troppo veloce per riuscire a percepirne i movimenti, anche nei momenti di piena il fiume non sbava, altroché, solca dritto per la sua strada, imperterrito a batterla nell'ordinario riposo della sua esistenza. Al contempo però esso si trova costellato da una terra brulla, marroncino scurito, qualche ciuffo affiora di rado, ribelle e di un verde giovanile e insistente.
Potrei dilungarmi ancora per molto, ma lascio un chicchessia volere di sfogo percettivo ai vostri neuroni.
Arrivederci,
Chesy.

lunedì 15 novembre 2010

Mi rendo conto che vedere le persone in negativo giallo non è proprio una bella cosa. Mi sento la cavia di uno sci-fi. E stavo morendo in classe.

martedì 9 novembre 2010

i

ragazzi, non mettete mai i puntini sulle i. Sono solo palloncini sospesi all'aria; sono i nostri sogni.