Legarci i tuoi sogni con lo spago. Per dirci che ci amiamo.
Crocifiggere i miei sogni.
Per dirmi che mi ami.
.che poi noi eravamo quelli ch’avevamo le stelle nella pancia e correvamo nel vento senza speranza. Sans toi, les émotions d'aujourd'hui ne seraient que la peau morte des émotions d'autrefois
Legarci i tuoi sogni con lo spago. Per dirci che ci amiamo.
Crocifiggere i miei sogni.
Per dirmi che mi ami.
Nelle nostre stelle-lune ho visto. Ma forse perché erano di carta quando si spostavano per seguirci tra le parole... forse era perché le tue rose d’ottone catturavano il sole.
L'amore:
“Sapete, dovreste essere più buono per sentire come il mio respiro sia a spostare le vostre stelle”
Forse le stelle dalle dita lunghe hanno freddo nastri vuoto e oro…
forse sono state tagliate e messe giù perché i loro sentimenti infioccavano il vuoto.
« Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere »
(O.Pamuk, Istanbul, 2003)
Sparks will flyE volerà; tu, lei, tutto, sopra un cielo d’acquamarina dipinto da una rondine. Che, oh, che…
Beneath the luna alight,
Lazarus at Frankestein,
baby i’ll be a flightliner
for a heartkiller.
Ci sono pensieri, momenti fermi, bloccati e dissolti. In questi giorni capita di riflettere e pensare, di aver – forse – trovato la chiave di volta per riudire le note scricchiolanti di quel carillon... quel carillon che in fondo abbiamo un po’ tutti, nascosto in un angolo, che non s’apre nemmeno più.
Ripensavo a un vecchio amico. E pensavo all’autunno, che ci veste e ci sveste, e ogni volta ci ricuce addosso abiti troppo stretti, sottili come pensieri indiscreti, o forse larghi come ventri di madri. E allora ci contendiamo la morte, annaspiamo nel nostro regno di pieghe, abiti, foglie marce. C’è il tempo in cui bisogna fare la muta. C’è il tempo in cui siamo ossa d’amore corrose da un rintocco di neve.
E man mano ti rendi conto di quanto di tutto questo è andato, di quanto vorresti riafferrare, sfiorare il bisbiglio dei tempi perduti con una certa nostalgia che è come un abbraccio di coperte durante una notte gelida. Di quanto di tutto questo ha un’ebbrezza segreta che vorresti riprovare. Ma solo per un attimo. Ho stretto addosso ai miei giorni respiri più corti, finché non hanno avuto più cuori da far battere, non hanno avuto più silenzi da pompare, che in realtà eran chiacchiere. Sono qui, ho chiuso in uno scrigno tutte le forme di carta, ritagliate col sentore di un bambino dell’asilo, col ricordo della forbicina dalle punte arrotondate. Ho paura di riaprirle; ho paura che tutto possa investirmi, ho paura che non mi basto più. Ho paura di tutti i piedistalli di cristallo che mi hanno trattenuto in bilico prima, con la sicurezza di poi di non cascar mai – coi sibili dei per sempre – , e ho visto tutto incrinarsi, inclinarsi, dopo, sottratto come la mano veloce di un ladro bambino. Ho paura che possa cadere pure adesso. Ma oh, che disgrazia! Cos’è, nulla? Non so cos’è. Non so cos’è la terra straniera della mia stasi, quel lago di ghiaccio che col tempo m’è diventato sempre più amico.
E poi sei arrivata tu, lei, l’altra lei. C’è stato un crepuscolo, ci sono state le nuvole alle cinque del mattino, quelle che cenere su un bagno di tenero sangue. C’è stato il preludio dell’amore. C’è stata la vita, la morte, lo spogliarli di tutti i filamenti strettimi in vita.
Ho imparato a scrivere. Ho imparato a concedermi a tutti i piccoli piaceri del mio carattere, ho imparato a sfruttare i miei peccati, ho imparato a non sapere qual è la mia paura. Ho paura di non aver capito, solo questo. Ma tutto ciò ha un’astrattezza che confonde. Ch’è solo fumo tra le mie braccia.
Ho capito di non avere più certezze l’attimo prima, quello dopo ero afflitto dalla semplicità di un attimo fa, che avevo imbrogliato tutto me stesso.
Ho imparato che le certezze sono un pugno di miseria nelle mani degli illusi.
E non ho imparato niente.
Ho imparato a respirare, quel poco, a essere falco. A essere falco in gabbia. A smuovere la mia testa tra le sbarre sottili, a sguazzare nelle mie ceneri fredde. Ho allegato al mio cuore un po’ di sentimento.
L’ho rovesciato sulle dita. Sulla carta immaginaria di questi schermi.
Scrivere fa male, fa male il fatto d’indossare tutti quei fantasmi. Fa male il fatto d’indossarli senza sapere perché. Scrivere non è solo per se stessi, perché senza gli altri non si potrebbe scrivere per noi. Se non senti una storia, se non senti la vita, è impossibile promettersi qualcosa. Il mio amico di blog, ora buon’anima, scomparso come quasi tutti gli altri, rimuginava sull’essere inconcludenti. Ho imparato questo. Ho imparato a vedere diverso. Ho imparato che per finire le mie storie, ci devo credere veramente. Ho imparato che non le finisco per me, ma le finisco per qualcun altro. Le scrivo per qualcun altro. Per l’amore, per l’amica, per un sogno. Perché se è no non saranno mai nostre. Campare tutto ciò in aria, tutto questa fantasia, queste storie scritte… Devono pur appartenerci, anche solo un po’. E per essere nostre devono regalarcele. Regalami una storia. Questo bisognerebbe fare a Natale, per il compleanno. Regalami una storia. Che sia un bacio, una carezza, un amore, la storia di un dolore. Ce l’hanno regalata gli altri, inconsapevolmente, e l’abbiamo mutata ai nostri canoni e abbiamo pensato a loro, che ce l’hanno regalata - hanno regalato loro stessi – quando volevamo gettare tutto. E non l’abbiamo fatto, perché in fondo in fondo li volevamo bene. Ed era quest’amore, questa forza, a darci le parole adatte per completare le nostre piccole storie, per legarvi con un tocco delicato il finale in un fiocco. Che alla fine è solo un nastro d’alba.
Si vive per gli altri. Perché se non ci fosse qualcuno a sorreggerci le ossa, saremmo soltanto un mucchio di polvere.
Have you ever talked to Incarceron, Maestra? In the darkest night when everyone else is asleep? Prayed and whispered to it? Begged it to end the nightmare of nothingness? That’s what the cell-born do. Because there is no one else in the world. It is the world.
- Incarceron, Catherine Fisher.
Trad: Hai mai parlato di Incarceron, Maestra? Nella notte oscura quando tutto il resto è addormentato? Pregate e sussurrate per questo? Pregate che l’incubo del nulla finisca? Questo è quello che la cellula d’origine sa fare. Perché non c’è altro nel resto del mondo. Questo è il mondo.
L’ho agognato. L’ho amato sin da quando l’ho visto nelle anteprime dei romanzi inglesi. Poi è passato un anno, e l'ho quasi dimenticato. Poi mi è ritornato nella mente e non potevo più aspettare. L’ho ordinato. In Inglese. Fa nulla. S’impara.
Quello sopra sono io col succitato libro ^^
Ritorno ^^.
Dopo tanto tempo, un nuovo racconto. Primo classificato a un contest e vincitore premio stile.
Buona lettura.
Vorrei ascoltarti ancora. Dimmelo, di nuovo, col cuore in gola. Su altri piani, ingialliti come macchioline d’immenso nell’ambra dei tuoi occhi, li scandisco a uno a uno tra le mie dita. Ogni singola lettera, tracce, sangue di sogni riversati sulle carte del nostro amore… ti prego, un’altra volta. L’ultima.
Eternamente tua.
È di una dolcezza infinita, come una sonata… una sviolinata in Antartide, col ghiaccio che ti frange il pensiero, che si specchia fra la spuma di mare. Un soffio, l’infinitesimale desiderio schiuso e raccolto. Mano di ragazza che lava i peccati. Sei, eternamente mia?
Stap! Ti ripongo come ultimo avamposto dei ricordi, tra la polvere. Esalo un sospiro, mi vedi? Io no. Sono giorni che sei partita e di te rimembro assieme solo calici di vinaccia che ora sono una bottiglia. Composta, l’ultima droga.
Richiudo la credenza, le mie dita scivolano tra le imposte, assaporano il vetro strappandone un velo di polvere. Mi giro, la stanza è trafitta da pulviscoli che perforano i tavoli e si screziano nei fasci di luce che entrano dalle vetrate. E poi lo sento! Lo sento il rombare del mare, focoso, irato con me stesso e il mio cuore. Distante anni luce, però ha pure le sirene. Magari in fondo all’oblio, ma le ha.
Mi avvicino a un tavolo. Abbozzo un sorriso di quelli che scolano malinconia come alcol puro ai margini delle labbra. Che beffarda la solitudine, una fiamma d’evanescenza che brucia tutto intorno a me. Un vaso di fiori nel mezzo delle rughe di legno distese. Camelie rosse. I petali si rincorrono battuti da uno sprazzo di vento, suadente. Mi avvicino, le sfioro col naso, il loro fulcro sboccia per cogliere ciò che ne è rimasto della miseria… un pugno di sabbia. Non hanno odore. Non l’hanno mai avuto. Ritorneresti, vero? Lo faresti solo se ti dicessi che queste camelie fossero l’essenza dei nostri baci. E che magari con un altro bacio profumerebbero del tuo respiro. Acquasanta e conchiglie macinate.
* * *
Corre. Ma dietro lei ancora il mondo ne serba il ricordo, ne imprime le vestigia. Passettini sull’oceano di sabbia. E lei rifugge dall’accogliente volta indorata, che la imprigiona dabbasso come cielo stellato da conchiglie. Scalza, assaggia anche l’arroventare della sua fuga. Una fuga che sa’ di lamponi infilati tra i denti dall’amante bastardo, seduti sulle balaustre dell’inferno a osservare l’oceano. Per sentirsi se stessi.
Una striscia di acqua le passa accanto, si disegna tracciando blu schiumato all’infinito. I piedi si bagnano, una brezza fresca che la incatena ancora alla terra. Una terra scossa dal fremito dell’anima della ragazza che, oh, casca lasciando il calco del suo passaggio. In balia delle onde, della memoria, sente la redenzione dall’oceano. E le dita che vorticano, verso il cielo, tra le rondini che s’incrociano e cascano al suolo in macchie d’inchiostro.
Proiettano una scritta. L’ultima, perché lei lo vuole. Lei lo sa.
Eternamente tua.
E poi fugge, di nuovo. Lasciando dietro i suoi passi spuma di mare e tracce d’inchiostro cristallizzate. Piume malate.
Ho paura di non riuscire a essere all’altezza di te. Ho paura che non lo sia stato. Ho eretto una crisalide di ghiaccio fra me e te, che seppur le tue timide strette di mano non riuscivo a sciogliere. C’è un distacco profondo. La rete è un mondo intimo, aperto sul varco di una base nulla, la realtà tramuta tutto in qualcosa di vero, che ha tatto e puoi ammirarne la metamorfosi imprevedibile in ogni istante.
E vederti davanti, è stato struggente. Bellissimo, un brivido, un urlo fino al cielo, una paura salita verso un’ansa del mio cuore.
Sei tu? Mi abbracci, energica, il calore che si diffonde come un elisir raccolto in un’ampolla oblunga, stretta e sottile come il tuo tono di voce.
La mia graziosa ballerina, una violetta cresciuta tra erbacce in un bosco freddo.
Ho paura… paura di non essere abbastanza. Abbastanza perfetto.
Ho paura che stringendomi la mano, io non sia all’altezza di ciò, di questo volo in cui trascini sgraziata, me. E ho paura di cadere.
E talvolta la paura è una bestiola mediocre che dopo la sua scopata si rannicchia su se stessa, sgretolata come la vita di un pipistrello al giorno, inoffensivo, pronto a scattare. Triste, malinconica. Una dose di ispirazione.
Quando l’ancora alle tue paure possono soltanto essere i tuoi personaggi.
Ho provato ad averti, desiderarti, ho infilato un nastro d’alba tra l’ansito e l’altro del nostro di stacco. E ora corriamo, il tuo calore scinde le ore come fere d’inferno, d’inverno, e trapassi coltri instancabili, calme, così fragili che sotto la presa delle tue orme crepano gentili.
Imbraccio una candela, esasperante, che arde le brucianti anse di una strada, più larda, di un’ora più calma, vibrante. Mi sento un filamento bramoso di corrente tra le mani di qualcun’altro. Se stringe ancora di più, la crepa falcia l’inclinazione nell’ombra e la face avvizzisce come lavande di cristallo cadute.
Vuotamelo ancora, l’elisir dei tuoi occhi.
Meno un giorno, – qualche ora – devo solo aspettare pomeriggio. E il mondo finisce.
I Can Wait Forever. Ma il tempo è scaduto e la coreografia sta per mettersi in piedi da sola. Un, due, tre!
Brap- bra-p, brap-brap-brrraaaap!
Non sarà certo bellissima, ma è scritta col cuore, almeno questo.
Avrei creduto fossi un angelo,
per strappare le tue ali
e macchiarle del mio inchiostro
ogni fragile paura.
Avrei voluto immaginarti,
ma hai riscritto ogni parola,
sulle ali dell’immenso
hai sfiorato quest’inverno.
Ho immaginato fossi cenere,
ma la cenere non vola,
ho sfiorito una parola.
- che sia! Una lacrima, una nota, un diesis da paura. -
Non hai tessuto più cristallo
ma i figli dei soffioni
appesi ai nastri del tuo carro
per raggiungere la luna.
A papà.
Dicembre felice,
vanificato il ricordo,
ch’ora, solerte,
s’aggrappa lontano e
s’accinge là in fondo
a smembrare d’infetto silenzio
corpi di gelo.
Come figli straziati,
estirpati da un livido campo
che dolente sfiorisce infranto.
E allora s’amano,
perché alla loro danza non c’è
scampo,
così oscura, dolce,
d’infinito stampo
è l’impronta sul vetro
che come famelico tratto
riassume l’inganno.
E allora colano,
particelle d’amore,
morte felici.
Prima mail.
Mi hai detto che è finito il mondo. O qualcosa del genere che s’intersecava ai termini apocalisse, armageddon. Ho sempre intravisto una possibile fine del mondo, benché non sappia precisamente di quale mondo si tratti, è quella breccia nel muro che spira aria gelata e che ambisce a risucchiarci. Ma adesso, ciò che voglio capire è la fine del mondo. Il concetto in causa implica l’estinzione di ogni singola forma di vita su un piano compatto o astratto, come preferite, ad ogni modo si parla di un piano, un’asse dove la vita prima della fine del mondo era ammessa. O forse mi parlavi di apocalisse? Qualcosa, una speranza che stava per abbattersi sulla terra e sterminarci tutti. E ci ha sterminati, o siamo ancora in vita? Non saprei certo dirtelo. Non saprei dirti se sono l’unico rimasto su questa terra, l’unico e se ne sta’ davanti al pc a scriverti mail a vuoto. Non saprei dirti se un meteorite è caduto sulla terra e io semplicemente mi trovavo un po’ più in là…
So solo che questa maledetta solitudine mi punge il cuore. E se è davvero finito il mondo, adesso mi affaccio dalla finestra e non c’è niente. E non ci sei. Forse è per questo che non né ho il coraggio.
Seconda mail.
Sono andato un attimo in salotto. Non è ciò che pensi, non ho guardato fuori, le finestre avevano le tendine scure calate e le tapparelle chiuse per benino, come hai ben capito non avevo nessuna voglia di cercarla, questa maledetta fine.
La mia casa è sostanzialmente intatta, oltre ai bicchieri di cristallo mezzi smozzicati dentro le vetrine, ma quelli sono così da sempre e sempre lo saranno. Mi chiedevo per il sole ma già ti ho parlato delle finestre… non filtrava un raggio di luce. Dovrei preoccuparmi forse, e correre subito a spalancarle per farmi baciare dal sole d’estate. Non l’ho fatto. Lo sai che sono un fifone, uno di quelli che vivono da soli con la tv accesa che parla da sola, per riempirsi un po’ di più da una disinteressante compagnia, ma pur sempre compagnia. Sai pure che io sono uno di quelli che sono per appunto soli, e ti ricordi Maddy? Il mio amico immaginario, quello che avevo da piccolo e poi puff! Un giorno mi sono svegliato e non c’era più. Beh, lo sai. Sono uno di quelli.
Mi sono avvicinato alla porta, con un po’ di coraggio raccolto in petto. Ogni giorno mi lasciano il giornale facendolo scivolare dalla soglia. Ecco, non c’era. Oggi nessuna copia mi aggiorna sulla fine del mondo, forse per il semplice fatto che sono spariti tutti. E allora? È davvero finito il mondo? O forse… si è fermato il tempo!
Terza mail.
Ti avevo avvisato sui miei sospetti che il tempo si fosse fermato. Sono di nuovo qua, al pc, e ho guardato in fondo a destra, e i minuti continuano a scorrere. Oh, scusa, che sono sciocco. I computer sono solo macchine e continuano a rimandare il tempo per sempre e anche se esso si fosse fermato non conterebbe nulla, nevvero? Allora, secondo il pc sono le 19:30, la sera dovrebbe essere calata da assai. L’unica cosa che potrei fare per accertarmi è aprire le finestre. Ci provo, però tu nel frattempo rispondimi, sai, così mi dici che il mondo non è finito ed era tutto uno scherzo e che magari non sono solo.
Allora… vado?
Quarta e ultima mail.
È pieno giorno.
E la città è un lastricato d’acciaio contorto che si disperde nell’immenso.
E tu, tu, non mi hai risposto!
A volte è strano come le idee possano giungere in tale maniera così affrettata, paiono ardenti di essere scritte, modellate. Ma non lo sono mai pronte. Beh, quelli accanto sono le mie storie. Le mie idee. I miei sogni. Le mie trame. Non è fantastico? Non è commovente? Da’ un senso di struggimento… come un’esplosione dentro. Così, come colombe che sbocciano da rami d’inchiostro, ma solo alcune riescono a spiccare il volo. A essere libere da ogni fardello, ad essere adulte e serene. Alcune rimangono impigliate, a noi stessi. Come feti abortiti da una madre crudele.
Ed è così. Con un esplosione che tutto viene fuori. Quando si ha la predisposizione per accoglierle, le idee. Che arrivano così, si accodano, si snodavano serpentine come un ramo, aggiungendosi a quella linfa d’inchiostro desiderosa di sbocciare, di dare i propri frutti. Con un’immagine apparsa da deviant, il nome di una città letto sul libro di francese, una città della Luisiana, e una costruzione decadente e malandata, (penso sia un acquedotto, anche se stranamente circolare e con soffitto a cupola). In maniera semplice, in maniera dolce e frenetica, quella che come brividi ti percorre le mani a narrare le storie della tua anima.
Syria è giunta a metà del suo cammino, è proprio una colomba d’inchiostro, una rondine, che vuole spiccare il balzo. E’ là sopra, a sinistra, attaccata alle altre, immatura, trattenuta tra le mie dita. Per una volta, ho il dubbio che si tramuta in certezza, che io possa davvero concluderla. Mettere una parola fine, ma al contempo un nuovo inizio, concludere ciò che il destino non ha voluto che facessi, ma che io ho riscritto sui miei piani, sui miei accordi. La storia di lei e di me che non sono riuscito a fare, che il destino, il caso, oscure mani che ne hanno voluto scrivere esiti diversi, ma che io voglio riscrivere. Perché ciò non me lo può impedire nessuno. Nemmeno il destino.