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mercoledì 9 febbraio 2011

I Can Wait Forever, Parte seconda, due

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30 Maggio 1823, Valensole.

Bugie. Solo bugie. Bugie i conduttori tra i campi del sogno, coloro che gli tengono la mano, insidiosi, scivolano, intatti. Crisalidi di gelo, amanti di vetro che prendono forma, mutano nella compostezza perfetta di una scultura di marmo, estasiata finemente, sbozzata da aneliti soffocati.

Evangeline sente una morsa sradicarle lo stomaco. Porta le mani in grembo, il ventre scosso da battiti perpetui, ferrati, ora mischiati al suo tossire. Il cappello in tralice sul capo, i riccioli rappresi di acqua sul volto. Il ricadere di pioggia nel fosso del nulla.

Il piede lascia il predellino, il tacco che scivola sulla superficie legnosa, un ticchettare quando impatta col suolo. Un suolo bagnato, in cui sprofonda, fangoso. Una liberazione che parte dal cuore, reciso a metà, sfiora i confini di lui. Sì, lui. Byron, col petto raccolto in un nodo d’orgoglio impossibile da trattenere, che a scioglierlo nemmeno le sarte del re, solo la dedizione delle dita di lei avrebbero potuto armonizzare nel tocco più alto di una scala musicale, l’infinito della felicità.

Lei gli stringe un mano e lo trascina verso l’esterno della carrozza. La notte, intanto, li avviluppa come sogni nel corteo di strascichi e candidi veli, rimangono impigliati alle fibre di trame, tra un filo e l’altro, stretti nel proprio destino, forse per rimanere incompiuti.

I loro respiri affannosi s’imbrogliano l’uno all’altra, legandosi come due bambini che corrono all’impazzata, giù lungo il vialetto per arrivare al negozio di dolciumi, il venditore che li aspetta, più famelico di loro.

«Byron, lo sento, il filo rosso, mi sta tirando.» Evangeline bisbiglia nel vento, il suo sguardo non è mai giunto così lontano.

«L’inganno, scivoliamo, ce lo avvolgiamo attorno. Con calma, che sarà la nostra morte.» Il freddo che li riveste come guanti di fine pizzo, li trafora, ogni insidia trasuda fra uno spiraglio e l’altro. Ed è melodia, tutto questo, tutto ciò che muta e si disperde nell’aria, accorda ogni loro mossa. C’è già un angelo che raccoglie i filamenti della loro composizione. Unica. La migliore.

«Guardale, le lavande. Sono sbocciate, e non è così bello, un pianto dal cielo che gorgoglia dal cuore, la fonte di un infinito impossibile da raggiungere. E se vuoi lo possiamo rincorrere e riderci, ridere del nostro essere sfacciati. Sei l’alito, la voce più dolce, che suona accanto a me.» Byron pare un soffio d’armonica, una croma con l’uncino che stilla la felicità col miele più dolce, in fondo la polla di luce che accoglie ogni desiderio taciuto, ogni reietto perduto.

«Ti amo, mio Byron.» Con la sua voce che sfoca i tratti della realtà, s’affina la chiusa di ogni sussurro.

Le lavande. Una due, tre, infinite spighe accolte nel grembo di una madre impaziente. Le loro gambe che ardono, un andirivieni di cuori, la requiem dei loro passi è il segreto di ogni animo errante. Gli steli, così tanti, un’infiorata di ametiste in frantumi, la scalata di note, il fallimento di un’orchestra indecente. Le ballerine, nei loro tutù, sfioriscono scomposte sul palco della loro ferma esistenza.

E allora corrono.

Tac-tac, tic-tac, tic-tic, tac-tac. La pioggia che ride di loro.

Ogni singolo gambo, ogni singolo fiore che forse ora sboccia nel momento in cui esso sfiora le loro vesti, e loro continuato, combattono ogni onda violetta che gli s’infrange contro, nella marea di mazzi soffici, fanno attrito contro le gambe. È un frusciare confuso, frammisto alle risate concitate e sguaiate disperse nell’aria, i loro passi attutiti nel manto. Scappano, fuggono. Evangeline sente la mano di lui chiudersi nelle dita, stringere forte per stornarla a sé, e lei s’avvolge come una spirale tra le sue braccia. Ora sente il suo respiro caldo sul collo, la pioggia solo la spettatrice più casta che non dirà mai niente a nessuno, che oziosa ricade sui loro occhi, le labbra allargate e appassite. Ora lui abbassa lentamente il capo, il contatto della bocca col suo collo le strappa un brivido fugace che si diparte dalla schiena. Si aspetta il bacio, ma lui indugia, inala la fragranza che fa la pelle della sua amata: crisantemi d’acquasanta cosparsi e fiele ricavata da rose malate.

Le mani di Byron di legano come un lustrino suadente attorno alla vita. Evangeline s’inebria, si sente un arpa pizzicata da Dio. Poi uno scossone e il cuore fa un tuffo all’inverso. Cadono, tra gli sbuffi ridenti e giocosi. Il corpo di lei sopra il petto di Byron, muove le gambe all’aria, scalcia, mentre la gonna s’apre a campana.

Le mani frattanto si cercano e si trovano, il calore che contrasta la pioggia li conforta.

E ora guardano, perché il cielo non ha mai avuto così tante stelle. Tante che le loro dita inseguono la novizia che ora come una candela, s’accende nel firmamento. E pian piano la loro gioia si confonde, con il cielo, un quadro denso, è petrolio quello che li trascina nel sogno. E là immaginano che il cielo sia solo un tetto al contrario, e di scrivervi i proprio sogni, sbocciati in stelle, da scagliare a proprio piacimento nell’immenso.

E forse, per la prima volta, s’amano. Con un bacio e una carezza. Ma è così puro il momento che nemmeno il ricordo riuscirà a intaccarne la perfetta intimità. Un altro, misero fotogramma con una crepa nel centro, carta cadente di momenti felici.

Poi qualcosa sfugge, una nota incrinata, di quelle stonate, l’estro dell’orchestra caduta che risuona in solitudine la propria disperazione.

«Touchè» Gli amanti che sfiorano il cielo.

Ti sfioro, mio amore, tolgo anche l’ultimo ciglio al pesco in cui mi tieni nascosto.

Il loro amore è come un nastro d’alba infilato tra l’impercettibile silenzio di un battito e l’altro.

lunedì 24 gennaio 2011

I Can Wait Forever, Interludio VI

 

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07/03/1823 – Interludio

Londra, Giardino di Casa Hinchinghooke.

 

«Byron! Rose, rose rosse! Rose fiorite, rosse come il filo che m’hai legato al polso.»

Evangeline alza il volto, pallido, quasi mascherato di porcellana, la crocchia di filamenti screziati di cannella, cioccolato al latte, fuso nell’assecondare il denso mormorare dell’animo.

Byron accorre, nel vialetto incorniciato da verdi cespugli, peonie rosate sono sporte come pettegole indiscrete, premature, ingenue. I suoi passi sono pacati, cheti, imprimono vestigia sulla terra smossa, come petali di rose corrose.

Nel cielo, i banchi di nuvole londinesi sono canarini da trattenere tra le stecche di ferro di una voliera, si ha paura che possano increspare le ali verso lacrime che ingrigirebbero il soleggiato meriggio ch’ora si godono.

Le betulle si librano accanto, affrancate da braccia più alte, confuse, ramate e schiarite di un verde che s’accende e s’arriccia.

Lei è in fondo, china tra petali come pizzi arrossati dal sangue, la veste di raso magenta la costringe in una statua dal profilo incerto, quasi si contenga a stento nella gabbia posta. Ora s’alza, lieve, le ciocche che le ricoprono il volto, le scosta con un gesto delle dita. Mentre Byron le gira dietro, lento, il cuore che gli batte in petto, un palpitare simile alle onde frante, le cinge la vita. Lei s’infiamma in volto, le guance cosparse di quella tinta apparsa in sprazzi a intrecciare un piacere scabro. Sente il corpo dell’amato, quel petto premerle contro la schiena, freme. Fremono tutt’e due. Vibrano al cospetto della loro felicità. Questa è l’ouverture di una sinfonia dal timbro talmente basso da strisciare in terra.

Byron abbassa il capo posando il volto nell’incavo tra il collo e la spalla sinistra della sua dama. Le prime note che s’accendono del profumo di fiori gelati.

«Rosse come il demonio. Come i suoi capelli che fuggirono in una scia devastante. Attenta a strattonarlo; mi portò via, per certi versi, staccando a forza l’essenza di un amore straziato.»

* * *

Il distacco dei loro respiri, le mani sciolte dal casto nodo che dapprima s’era creato, il sentiero di riccioli d’erba che affiorano dal terreno, li accompagna distendendo la terra in piccole dune. I loro piedi che tratteggiano il sentiero verso casa.

«Lei viveva in me e io in lei. Un essere decomposto, disfatto, l’embrione che si serviva di me, la scintilla dell’incendio. D’un tratto la vidi, la vampa che allungava le sue lingue, colate mai fredde, lungo l’apoteosi del nostro amore. Oh, Eva, l’amore è servitù, nevvero?»

Lei deglutisce, socchiude gli occhi, le labbra dischiuse, appagata e affranta dalle parole di Byron.

«Erano quindici, gli anni che aveva, seguivo la sua ombra per casa. Timida e fragile, furba, artefatta. Mi mise un dito sulle labbra, il monito di un silenzio oscuro. Aveva progettato tutto. Mi aveva messo fili immaginari in una schiena e li aveva trascinati. Mi sono sempre chiesto cosa sia ciò che l’abbia spinta a fare tutto… questo. Perché i cocci della sua infanzia distrutta invasero anche la mia.»

«L’imbroglio, giusto. È come dipingere un quadro difficile, la punta che si spezza, il pennello che sbava. È arte l’inganno di mascherare il tutto.» Evangeline alza le ciglia schiarite, di fulgido grano, e pare quasi voler sfiorare il cielo, con gli occhi, le dita, che rotea in su per cogliere quel raggio di sole che s’insinua come un silenzio sepolto e riemerso.

«Katherine aveva bisogno di me, me lo aveva scritto. Impossibile negare che m’aveva avvisato. Le sottili lettere sulle mura della soffitta, tracciate col dito sporco d’inchiostro, tondeggiavano. Non stavano mai ferme. Quel reclamare a me, un grido strozzato che parte dall’oltretomba e non giunge in vita. Ho bisogno di te, sei tutto, sei l’ordito in cui inseguo i miei sogni, mi diceva. Era il cartello di polvere, una cancellata impercettibile che sotto la mia presa, prima o poi, si sarebbe spezzata.»

«Ma dimmi, cosa è successo veramente?» Lui le rivolge uno sguardo intenso, gli occhi di lei colmi delle increspature del ghiaccio, di un amore di vetro incrinato. Un acchiappasogni dalle tinte riprese a guardare specchi di mare riversi, un fondale che proietta i propri sogni in lustrini dorati che s’interpongono all’acquamarina infinita.

«Disse che mio padre… tradiva mia madre. L’aveva visto con un’altra donna, l’intreccio d’altre vesti, il profumo d’altre carni. Era qualcosa di doloroso, mi fidavo di Katherine. Era come camminare su un filo sospeso sopra l’oblio del terrore, avrei voluto chiudere gli occhi, ma l’attrazione verso ciò che reclamava il mio essere dabbasso, era troppo forte. Sai, il filo si fa sempre più sdrucito mano a mano, lungo il cammino, fino a quando non c’è più nulla. È una sciocchezza superare il vuoto, camminarvi sopra, viverci, alla fine la caduta è inevitabile.» Ride. E si sente cadere, le ciocche dorate che gli ricoprono la fronte tersa da goccioline di sudore, che nascono dall’interno, paiono avvizzire, spegnere le loro tinte accese.

«A quei tempi, mio padre era il riflesso distorto di mia madre. Era lui che aveva assecondato l’accoglienza di Katherine nella nostra famiglia. Mi sentivo trafitto, trafitto in controluce. Lei, lui; lei che mi diceva: chi ha i capelli rossi porta solo male in famiglia, lui che osservava le note scorrere dalle labbra aperte di Katherine, sciogliere tutti i nodi intricati nel cuore e farsi beffe di noi.»

«Cantava, Katy, allora, era lei la tua vera musa.» Lei cerca le sue dita lunghe, le trova, le stringe, assapora il gelo raccolto in quella pelle, si propaga in una malinconia immensa.

«Lo fu per tanto tempo. Lo fu di tutti, tuttavia mia madre non restava ammaliata e non ne ho mai capito il perché. Mio padre pagava le lezioni di canto, potevamo permettercele, sì, ma era sempre un costo che gravava su un componente della famiglia indesiderato da…»

Madre. Tutto questo vuoi dire. Quanti sono i petali di margherita rimasti? Li hai donati tutti ad altre donne, per me, cosa offri per me?

«Byron, cosa fece Katherine?»

«Mi ha ingannato, mentre l’alcol corrodeva mio padre che tornava a casa a sera attardata, mentre mia madre guardava afflitta disfarsi tutto. Piansi anche io. L’ultimo limbo a cui si stringevano le mie mani diventava un brandello caduto nel vuoto. Ero convinto che amava un’altra, Katherine aveva detto così, sapendo quanto tenevo alla felicità di mio padre. Qual era la verità? Evangeline, la vuoi davvero?»

L’istante, il secondo, l’ora, perfetta in cui il cuore disperde il suo acido. Lei annuisce mentre Byron sbarra gli occhi, intrattenendo tutto il timore a galla.

«Katherine voleva andarsene dalla famiglia. Katherine non voleva me, voleva solo i soldi, un’eredità che spillava dalle attenzioni di mio padre, a poco a poco, goccia a goccia fino a riempire un vaso. E ora lo vedi, il vaso, trabocca, in frantumi di ceramica. Mentre la verità era solo un uomo deluso dalla morte del fratello caro. Ma nell’inganno che Katherine mi aveva tessuto addosso, dovevo difendere mio padre e porre fine ai suoi pianti. E lo vuoi il finale, Evangeline, lo vuoi davvero?»

Un sospiro. Non v’è bisogno che legga il suo volto per scoprire la risposta.

«Ho ucciso mio padre.»

Si sente una macchia d’inchiostro. Isolata. Stacca la mano da Evangeline, la guarda negli occhi disperso, ferito, il viso sfregiato in una smorfia di sconforto che per poco non si trasforma in pianto. Ma lui è forte, non può piangere, anche se il rimorso lo è di più. E poi le macchie d’inchiostro sono già un immensa lacrima partorita da uno scrittore distratto.

domenica 23 gennaio 2011

I Can Wait Forever, Interludio IV

Lo so che conoscere la storia a spezzoni, saltando da un blog all’altro, è un po’ scomodo. Vi chiedo solo d’avere pazienza. Procediamo veloci, e in ogni caso potete sempre ricorrere alla pagina creata apposta per fare meno confusione possibile ;)

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Sfiora il corteo, bianco, una crisalide di lapidi spezzate e poi subito nere. La scia del suo dito, l’unghia tonda, che scivola fluida in una scala gentile, le fa crescere brividi di solitudine in seno.

La tentazione a cui sta per cedere il suo amato è languida, mortale. Ha paura che quelle dita, come filamenti spinati, ricadano in cenere nell’alternanza del campo santo nella quale, ora – per sempre – incide il suo tono. Più in alto, imperioso, come un mare di vetro in frantumi.

La stanza è un locale oblungo, illuminato dalle luce di un camino che arde nel rossore delle sue braci e combatte la notte, una fiamma s’infila come un’ombra lungo la parete e crea un ramo frastagliato, un teatrino di luci e tenebre circonfondono il tutto. Un pianoforte, un uomo su uno sgabello, una donna oltre la coltre di legno scurito, in fronte all’amore impersonato.

«In principio ci furono due mani. Odorose d’inchiostro che s’amavano in un intrecciarsi perpetuo, profilate lungo una penombra interminabile. Un’assenza, un’angoscia che premeva nel petto dei due. Si contesero, appena, per sempre. Combatterono a rose rosse e talvolta dal nero gentile, asservite con rovi che stillarono sangue puro. Poi nacqui e sfilarono cinque anni senza accorgermene, intrisi nei miei occhi di bambino. Da Le Havre, la vergine neve imbiancava i loro animi insanguinati d’amore, scappammo a Vaucluse, Valensole. E là, le lavande imperversavano in un oceano di ametiste, acute, rozze, accoglienti come le mani dei miei genitori.»

Scomposta, il suo respiro ansante le percuote il petto, ansiosa. Pretende. Sta seduta in una poltrona, ricamata con rami neri e foglie di primavera beccate da passerotti infatuati. Sta in fronte a lui e lo guarda negli occhi.

«La conobbi che era appena cominciata l’estate, in uno di quei giorni in cui s’attendeva oziosi lo sboccio delle lavande, così frementi d’avere in corpo il profumo screziato di quei fiori, in cascate di gemme dal proprio stelo. La conobbi che di nascosto m’ero inoltrato in un campo violetto, i fiori trattenuti ancora a sé, alcuni prematuri reclamavano la loro morte per sfuggire all’astiosa vita solitaria, in attesa dei loro fratelli. Ne raccolsi una, la spiga più bella, piegato, con gli occhi accesi di stupore.»

La musica intorno a loro, quelle note che salgono al cielo e ricadono meste, s’accorda perfetta, richiudendo porte d’inferni e paradisi al loro passaggio, alla voce narrante che novella un’immagine e ne interpreta un’altra.

«M’ero piegato, le dita strette intorno al verde del gambo, premevo con forza perché venisse via. Il tatto, scottante, invasivo e distorto d’altra pelle, che sfilava dal terreno la pianta novizia. Ci ritrovammo instabili, la spiga violetta stretta nelle sue mani. Nel trionfo di due volti. Uno solo.» Lei lo guarda, la sua pupilla dilatata trattiene nell’intenso il buio, distoglie per un istante lo sguardo.

«Le disgrazie, Eva, sono ghiacciate. L’amore però s’accende del rossore soffuso, placato, dei suoi capelli. Lei, impacciata, le mani in grembo, lasciò la lavanda a me, e s’allontanò d’imbarazzo dipinta sull’esanime pelle.»

Byron cessa la fugace melodia. Le candele brucianti ai muri indorano i contorni del pianoforte come filigrana di sole ad accendere picchi d’intimità.

«Per poco non scappò. Oramai ammaliato, corsi dietro al suo fuggire, lo strascico della bianca veste che le copriva le gambe in una corolla di giglio, rialzato tra le mani. Era lacera, povera, sporca. Timida come la farfalla che si posa sul suo primo fiore.»

«Sai, mio Byron, ho un inconsueta passione per i tuoi racconti. Sono bestiole ammansite dalle tue sillabe, sussurrate col dolcezza, intrinseche di melanconia; accendono fuochi di gelosia in me. Continua, oh mio Byron, pure per sempre.»

«La trascinai a casa, corremmo come due fiori estirpati dallo stesso stelo, mano nella mano, e pian piano calava la sera.»

Evangeline esitante, chiede, il farfugliare delle sue mani a mezz’aria è il giogo di un linguaggio profondo, taciuto.

«E fu tua?» Lui affranca un dito alle labbra schiuse, lascia che il monito plachi tutto, cali il sipario di un intoccabile silenzio.

«Mio padre la raccolse in casa, mia madre l’occhieggiò come un gatto randagio, e lei odiava i gatti che d’estate sgusciavano nel verone passeggiando.» Stacca il dito dalle labbra, semoventi, il monito spezzato, le dita che scompaiono sulla tastiera del pianoforte.

«Non aveva famiglia, lei era il reietto a cui tanto aspiravo, il fascinoso terrore che mi incastrava nella trama intessuta. Mi amava, o faceva finta.»

«E basta? Solo questo?» Pensierosa, le palpebre che si socchiudono in una foga, la smania di un bacio, mosaico di ciglia.

«Era il mio segreto più turgido, il rampollo di un fiore d’oro che splendeva ai tramonti di baci, le lavande sotto i nostri piedi intralciavano il passo. Che amore, quel profumo, la fragranza di toni assaporava il bacio. E fu il mio primo bacio, l’inimitabile.» Si blocca, la musica attorno si riaccende con un botto basso. Le mani avevano sbattuto con forza contro i tasti, poi di nuovo silenzio. «Oh, Evangeline, l’emozione che trasudate è un concetto d’invidia pura, non vogliatemene. È una parte importante. È d’infanzia.»

«Non curartene, Byron, è solo il mio cuore che piange a tradimento. Avrei voluto esser io quel papavero appena colto e curato con tanta passione. Quando l’hai baciata, che sapore ebbe?»

«Un sapore diverso. Ha sapore? Tutto ciò che è tensione allo spasimo, ha tutt’altro sapore. È lo sbocciare di un mondo silente, dove le timide roselline crescono sottosopra e sopravvivono alimentandosi di brividi contrastanti. Perché con lei, c’era una soglia focosa in cui sprofondavo lieto e incauto e spiragli di brina che stoccavano ai fianchi.»

«Qual era, il suo nome?»

«Katherine.» E mentre lo dice, contrae la faccia in un espressione dolosa.

E poi s’alzano, statuine affusolate che vagano sul palco di un carillon stonato.

Riprenderai, mio Byron, perché nell’altra parte, son sicura, il soleggiare del giorno mi aiuterà a non averne paura.

giovedì 20 gennaio 2011

I Can Wait Forever, Interludio I

06/03/1823

Londra, Casa Hinchinghooke.

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La tela s’incava sotto le sue mani sottili. Il corpo di una donna, apoteosi di piacere che rifugge dall’armonia fatale, la matita che consuma la sua grafite nei tratti grossolani e imprecisi delle sue fragili dita. Il tramonto tinge d’oro le fibre tessute, così delicato che pare quasi mortificare il suo animo con la fuggevole bellezza dei suoi nastri. Passati lì per caso a condurlo in una scia di docile piacere.

Vi amo. In ogni secondo. Ascolto l’organo che abortisce voi nell’accordo di rimembrarvi sempre. Prima o poi.

Un movimento più in basso, strascicando le forme di un braccio, i pizzi e i merletti affinati dal filare una mano. Fasci di lavande a ricoprire il tutto, un universo frammentato, una marea ritratta nell’odoroso ricordo. È così forte che quasi infastidisce: l’alcol che permea forte e stilla di dolore acidi tagli. Le lavande hanno l’odore di fiori blu in un campo deserto. Hanno odore d’oceano, di quello forte, del sale che corrode la stessa tela, fino a sfinirlo nelle lacrime che cascano in frantumi d’infanzia.

Si vede appassire, sfiorire greve, sulle gambe petali seccati, strappati crudelmente alle rose ch’aveva donato alla madre al suo arrivo. Poi sospira. La matita gli sfugge quasi, ma stringe di nuovo, deciso. Si sente burattinaio, costruttore del miraggio, artefice di una composizione incisa a parole, e visioni sussurrate nell’inseguirete il distacco.

Un sibilo fioco più in fondo, asciutto, gli annunzia che la matita ricade al suolo, nello scoccare, all’unisono, del suo cuore.

Mani. Mani. Ancora mani. Mani che si allentano, come un affresco decadente, separati da una crepa che apre uno squarcio inafferrabile. Un vuoto marginale. Il vuoto in cui ricade, straziato come i suoi sogni, amori affacciati da un oceano di carta.

Non era mai stato un bravo pittore. Ci aveva provato, talvolta, suo malgrado bozze increspate e sporche, stracciate delle proprie mani, abituate forse all’inseguire l’inchiostro, che ad altro.

Il ribollire ridente dell’acqua, il pennello che vaga nella frescura del barattolo di fragili vetri incrinati.

Veloce. Il chiaroscuro sulle ombre delle mani, il respiro trattenuto un attimo prima di scoppiare. Li ha dipinti. Apparsi misticamente come anelli su un fondale ingrigito.

Il violetto, la punta d’ametiste fuso, così fluido a puntellare gli steli. Indorato è l’orizzonte in cui si spiega il fragile volare della sera, su ali arrossate d’imbarazzo.

Mancherebbe solo il piano, si dice. La melodia che l’accompagna algido nell’altalena di soni, frammisti e fragili, il cantilenare d’inaudite sirene.

Sirene, vi prendo e vi porto via. L’inganno della bugia che serbate in seno, siero invischiato al petrolio più oscuro, vanifica ogni vostro respiro.

Madre, sapete del ricadere di gocce in un pozzo profondo.

Una scia rossa gli imporpora le gote di lui bambino. Screzia gli occhi in un temperamento che sa di cioccolata, mista a lacrime di cannella. Ha il volto sporco di terra.

Piange.

Poi una danza più oscura, più dolce, l’infinito, il tremore del cuore afferrato d’altre mani…

Lei profuma di crisantemi, invece. Ha petali che sono ciglia, lunghe, sottili filamenti di violino, sbocciate nel rigoglioso silenzio che vi cresce dentro. L’intimità odorosa di lapidi e petali fusi nell’essenza del suo respiro.

domenica 16 gennaio 2011

I Can Wait Forever 6

Potete leggere i capitoli miei e suoi in questa pagina.
19/02/1823 – Terza lettera alla mia amata.
Le Havre.

Vi scrivo sopra i banchi di una stanza abitata da ricordi troppo densi, si fanno strada, vibrano come echi negli anditi bui di questo palazzo, ove ora ricucio la mia infanzia. Sono nato qua, vi ricordate? Rammentate di quell’estate quand’io vi conobbi? Era sera, e il vento laminava ogni stanza, le luci delle lanterne ch’ora sporgono da questi muri illuminavano il vostro volto, così ambrato, delizioso, miele funesto, insito del veleno più dolce.

Rimembrate le ore gentili in cui la vostra mano scorreva sulla tela ora vuota, ora colma dai tratteggi di esili pennelli, i volti che prendevano vita nelle tinte decise che incidevate con grazia propria, e si affinavano lungo gli orizzonti che ponevate, cesellati tramonti che… Le mie dita s’aprono lungo l’aria, sento lo scoccare del vostro cuore, il pennello impietrito nella mano vostra destra, richiudo con fermezza il pugno dei miei brividi al vostro polso, il pennello che casca giù, quel lieve sibilare che sfuma nell’ombra delle vostre labbra volte alle mie e in quell’attimo, un frantume di silenzio sceso in mezzo, i cocci si ricompongono nello scorrere dell’elisir di lunga vita. La porta s’apre.

Un vostro bacio, tutto ciò che bramo.

Proprio in questa stanza, bruto scherzo del destino che mi distoglie dalle parole.

In questi quadri incorniciati da trafori d’oro, leggo quasi il distacco che v’ho sempre posto, quello che v’è dall’oro alla tela, il passepartout, un lenzuolo candido in cui vi trattengo. Per farvi sentire unica regnante del mio corpo. Questo porgervi lontana, questo voi che v’incava nella crisalide di cristallo che ho cercato di costruirvi attorno, invano.

È normale, penso, che questo filo s’allunghi sempre più. È normale che prima o poi sarà crudelmente reciso.
In serata ho fatto una camminata nei dintorni. L’aria tagliente e la neve che insiste s’era placata, e la patina a ricoprire il tutto, dolcemente, ha reso una piacevole passeggiata nella quiete di questi anni. Si respira un’aria stabile, un’armonia dei sensi che quasi mi trasferirei qui. Sapete, vi ho comprato una tavoletta di cioccolato, quello che voi amate, alla cannella. Lo divoravamo assieme di nascosto, rubato dalle riserve in cucina. L’ho avvolto in una carta che scricchiolante era dir poco, crepitava, rossa, come il fuoco del mio cuore, come quella vampa che è finita per ardere anche voi. Ho messo il nastro, come il broncio, l’ira inestricabile che so abbiate in volto quest’ora e non saprete mai perdonarmi.

Ora, la tormenta si è risvegliata. Vi devo lasciare, quasi le mie dita non riescono a staccarsi dal pennino impregnato dall’odoroso inchiostro di cui è amante, e scenderò giù nella tavolata di questi miei parenti, già immagino le candele che bruciano come il nostro amore, da troppo tempo cristallizzato nelle lacrime dei dorsi e, oh, mai consumato.

Domani sarà la volta di partire. Non vedo l’ora che quest’inferno finisca per riavere le vostre mani, labbra, il vostro corpo.

Ritornerò. È una promessa.

Non vi muoviate. È un ordine.

sabato 15 gennaio 2011

I Can Wait Forever 4

La corrispondenza continua, ancora, forse per sempre. E’ sul blog di Francy che potete leggere la risposta alla mia lettera, e più sotto la mia.
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12/02/1823 – Seconda lettera alla mia amata.
Parigi.

Oh, mia dama, che quel filo rosso di cui v’avevo parlato non imbrogli davvero il nostro fato? E che esso sia sgraziato non v’è dubbio.

Notre-Dame è una stella scesa in cielo, di quelle infervorate dai sospiri della mezzanotte. E mentre questa scoloriva i suoi panni oramai usurati, è dentro al mio core che s’aperta una frattura.

Stamane, il nitrire dei cavalli fu il tristo annunzio della mia partenza. Con tal rammarico ve ne chiedo venia, che il vostro solerte animo non disdegni ciò che mi spinge a farlo.

Parto col respiro asciugato in ciò che scrivo, sulla mia grafia è dove passa il vento. Poiché ebbi la sacrale notizia di mia madre, che reclama il mio nome al suo capezzale morente. Mi sento quasi in imbarazzo a confidarlo a voi. E pure è tutto questo che posso fare, celarmi dietro la vostra ira che scalcerà ai portoni della mia residenza. Ho paura, mia signora, che quando voi arriverete agli spalti di questa città, io sia già troppo lontano per udire ancora il romore del vostro battito.

Ora vi scrivo, il calamaio stretto tra le cosce, sulla condensa di questo finestrino che frappone il mio sguardo al mondo. Bagna il retro di questo foglio, così sottile. A vostra differenza, non ho valigie su cui incidere le mie sentenze, non ne ho portate. La fretta che mi ha ingiunto il grave stato di mia madre ha indotto a portare solo le carte della mia novella, racchiuse in una sacca di camoscio marrone, e fogli bianchi a cui è stato estirpato quest’immaturo su cui ora scrivo. L’altri fogli, casti del mio inchiostro, saranno impregnati dal dolore di questa imminente morte. Il dolore di una, ahimè, certa morte a cui vado a porgere i miei ultimi saluti. Ma sarà un attimo, ve lo giuro, mia dama.

E ancora gli attimi che ci separano sono infiniti. E non è forse vero che un attimo è per sempre?
Londra, mentre osservo questi fiocchi di neve che scendono giù dalle stelle, è l’angosciosa sorte a cui vado incontro.

E che sappiate perdonarmi. Stringere il nodo della benedizione attorno ai pensieri che mi concederete, che sian lieti o mesti.

Oh, addio, monna musa!
Addio! Addio!

POST SCRIPTUM: Speditemi le vostre lettere a Casa Hinchinghooke, nell'amata Londra a cui sto per far ritorno. Al mio arrivo, avrò modo di leggerle.

Ho ancora bisogno dei vostri umidi baci, non scordatelo.

venerdì 14 gennaio 2011

I Can Wait Forever 2

In risposta al post di Francy.

10/01/1823 – Lettera alla mia amata.
The_inkwell_has_gone_dry_by_urbrainondrugs73 Io posso aspettare. Per sempre, forse, per un secondo, due o magari anche tre, l’inseguire un filo rosso che imbroglia il nostro destino.

Ti scrivo che ora è sera, con macchie di luce come steli allungati sulla pergamena, muovo le dita e il pennino scivola, con la sua piuma, sono impigliati i nostri sogni. Oh, mia donna, c’è sempre la paura che essi s’infrangano per la strada.

Ora, il crepitare del fuoco, ch’abile dolor frammisto alle note più basse della tua mancanza, scalda queste lettere, forse troppo acute, algide, vigliacche.

Ora, avrei voglia di tirarmi indietro.

Ma ahimè, questo pensier che mi strugge, questo filo rosso che pian piano storno a me, e che un giorno all’altro, finirà. E tu, magari, tra le mie braccia, mi dirai ti amo.

“E... m’ama? M’amerà”. Pizzicheremo assieme petali di margherita, per scoprirlo.

Tra poco, quest’arso crepuscolo, si laverà da solo, tingendosi in un corteo abbagliante di stelle, che fioco bisbiglia alla luna. E io, non son forse tra quelli? Non son forse, anch’io, a bisbigliare il mio rorido amore a te luna, alla più bella?