A volte è strano come le idee possano giungere in tale maniera così affrettata, paiono ardenti di essere scritte, modellate. Ma non lo sono mai pronte. Beh, quelli accanto sono le mie storie. Le mie idee. I miei sogni. Le mie trame. Non è fantastico? Non è commovente? Da’ un senso di struggimento… come un’esplosione dentro. Così, come colombe che sbocciano da rami d’inchiostro, ma solo alcune riescono a spiccare il volo. A essere libere da ogni fardello, ad essere adulte e serene. Alcune rimangono impigliate, a noi stessi. Come feti abortiti da una madre crudele.
Ed è così. Con un esplosione che tutto viene fuori. Quando si ha la predisposizione per accoglierle, le idee. Che arrivano così, si accodano, si snodavano serpentine come un ramo, aggiungendosi a quella linfa d’inchiostro desiderosa di sbocciare, di dare i propri frutti. Con un’immagine apparsa da deviant, il nome di una città letto sul libro di francese, una città della Luisiana, e una costruzione decadente e malandata, (penso sia un acquedotto, anche se stranamente circolare e con soffitto a cupola). In maniera semplice, in maniera dolce e frenetica, quella che come brividi ti percorre le mani a narrare le storie della tua anima.
Syria è giunta a metà del suo cammino, è proprio una colomba d’inchiostro, una rondine, che vuole spiccare il balzo. E’ là sopra, a sinistra, attaccata alle altre, immatura, trattenuta tra le mie dita. Per una volta, ho il dubbio che si tramuta in certezza, che io possa davvero concluderla. Mettere una parola fine, ma al contempo un nuovo inizio, concludere ciò che il destino non ha voluto che facessi, ma che io ho riscritto sui miei piani, sui miei accordi. La storia di lei e di me che non sono riuscito a fare, che il destino, il caso, oscure mani che ne hanno voluto scrivere esiti diversi, ma che io voglio riscrivere. Perché ciò non me lo può impedire nessuno. Nemmeno il destino.
.che poi noi eravamo quelli ch’avevamo le stelle nella pancia e correvamo nel vento senza speranza. Sans toi, les émotions d'aujourd'hui ne seraient que la peau morte des émotions d'autrefois
martedì 14 dicembre 2010
Nemmeno il destino
lunedì 4 ottobre 2010
cromo
E’ come una folata gelida, tra-p-a-ssa il corpo. S’avvolge come una nastro delicato, appuntito, tagliente; lingua di serpe ad ammantare il mio cuore. Solco di passato a far da guardia sulla soglia della cancellata.
Spossatezza?
Forse il dolce strascico di un passettino indietro, minimo, vestigia vermiglia sopra ali di neve, lo sbocciare di una rosa prematura. Vento.
Windes.
Caldo.
Velluto rosso, cupo, morbido come un sogno che sa allietare. Morbida, innocente, come l’astratta sensazione di avere qualcuno accanto, di trovare quello sguardo pallido distinto da una bussola. Occhi ghiacciati come fiamme d’oceano. Vesti panni scomodi, l’inadeguatezza, il sentore di diversità s’era dipanato, era rimasto celato. Il desiderio di far pare della normalità è fallito, sgretolatosi come un muro martoriato dal tempo.
Già.
Squallido il tempo, freddo pure lui.
Ma forse, ma forse… ecco, dovresti parlare un po’ più a te stesso. Gli altri sono reduci caduti, reietti di un passato da cui vogliono cancellarti. Il perché si è perso fra le brame di qualcun’altro, forse un desiderio lascivo segnato su carta e fiutato dal vento.
Ma tu.. ecco, ma tu. Ma tu perché non fai qualcosa?
Come, se qualcosa, in-fondo infondo esistesse.
Ti ricordi? Foto macchiate di nero inchiostro e grigio fuligine. Tessera di domino mal’impiantata? L’ho sempre pensato, è brutto il modo in cui io sia diverso. Difettoso e stolido per gli altri. O è davvero così?
Cercar raccolto fra mani d’altre persone imprime di vigliaccherie fatali, e sta certo che non lo troverai.
Hai paura.
Paura di sbagliare, del ‘poi. Del cancellare quel segno errato.
Catastrofismo.
Cromo.
Acciaio,
Legge indorata.
Fai ciò che vuoi; asseconda volontà ad anima.
Nessuno va da nessuno se nessuno non scaglia pietra a nessuno o per nessuno e niente va da niente perché niente si ha da dare a niente.
Di certo, tutto resterà nella sua irreale compostezza.
Sogni? Troppo pesanti per essere trascinati dal vento.
Per tutto il resto, come sempre, c’è mastercard!
Luna della Vendemmia
Non vi dico niente, leggete e basta. A giovedì col primo capitolo!
*
Prologo.
Lettera I. – 21 settembre 1892. Luna della Vendemmia.
23:00 h.
“Addentami”. Grida una voce.
La ricordo scivolare su di me, scendere come sipario della notte cupa.
È l’urlo di una giovane fanciulla, coi capelli persi in una ragnatela di foglie, magari intinte di sangue.
E l’aria è fredda, un fragile ghermire d’anime come bestie tormentate, l’affondo di una lama su un corpo palpitante. Il freddo sa di ferro, rimembra nei suoi attimi gradevoli una spada baciata dal finire di una vita.
Hai capelli coloriti di rosso, la mia vestale, come vino accolto in un calice in offerta agli Dei.
Come il freddo, appagante…
Ma i tronchi, malati d’inesorabile vecchiaia, hanno rami protesi come braccia che invocano aiuto al cielo, dicono siano guglie di gotica maestà nascoste nel nostalgico sentore di un conforto, nascoste nell’afferrare un aiuto nell’avvenenza di un autunno omicida. Sarà forse una cortina di lana, il cantastorie che se la trae avanti al camino arso e consumato fra le sue stesse carni; vittima suicida, assiste al riverbero della sua storia fra il fuggente ondeggiare di una fiamma affilata.
“Vorrei sonarti una melodia.”
Un pentagramma richiama agli albori del mondo il suo segreto più taciuto, fiorito sulla terra umida di pioggia che mormora il canto della selva d’autunno. Mi chiami mistero, brezza d’incanto sfuggita fra le mani di strega?
Mi chiamavi amore, frutto avvizzito nell’aspettar amante perso nel suo sonno immortale?
Addenta la mela! Frutto di tentazione, nipote di un demone acido nel ghermire la sua impotente lussuria.
Allorché sei demone, padrona del tempo a sciogliere le briglie del mio cuore.
Hai gli occhi scalfiti nel tinteggiare un vento specchiato nel cielo, una scia che travalica il mondo.
Destreggi ancora il mio amore sfiorito?!
E un corvo smentisce il silenzio, tradisce l’incanto, posato su ramo di quercia che sporge da una torre di grigi mattoni, osserva spettacolo di arduo pallore. Divino.
Come osi ancora servirti delle mie mani?
Imbevi la mia piuma, il mio istinto, in inchiostro di nera e arcuata grafia, mi doni il fascinoso timore che la pergamena non rovini la storia, che il fuoco non divori la carta.
Ancora. Come se tutto stia per finire.
Ancora; perché quando mi stringi a te è un cuore solo, fuso nel suo accoppiarsi d’istante, ad esalare i suoi ultimi respiri. Come un amante che cieco chiede, pretende ma incapace di dare ti succhia anche il brandello più puro, torbida vittima di una passione che da’ e trascura l’anima ormai pasto del diavolo.
Mi lasci, quasi con finta mestizia tracciata sul volto sornione. Forse per concederti un ballo fra le vesti di raso carminio, sola nella tua anima malata, fra i tuoi sogni innocenti. Forse per liberarti da catene troppo fragili, costruite sulla libertà di chi mostra grani del suo sapere. E io, son il prediletto custode del tuo ignoto?
Sembri donarmi il desiderio di possedere la mia bocca, lasciva nel tuo desiderio d’infilare la tua lingua di serpe fra i miei denti serrati. Mi dici che so di bosco, che so di legna bruciata, come se spire di fumo nell’aria cantassero melodiose. Come se fossi un demone evanescente, le ali corvine hanno perso il piumaggio per strada, cancellando la macchia dei loro peccati.
È il risvolto d’una notte passata ad adorare una luna imbrunita. Quando un fascio indorato sorge sul traccio del limite d’orizzonte, è il segno del sole che albeggia nella volta d'alabastro.
Mondo sparisce, consumato nel vuoto di una nuova mattina.
Allora mi lasci, è sento che con te se ne va anche l’ispirazione, la furia che ha carezzato placida o violenta la mia penna, il suo solco errante sulla fragile pergamena. È come la saudade di quel marinaio, che passa i mesi sul suo vascello senza riveder terra natia, che palpita segreta sotto il petto. Sarà forse l’impregnarsi d’aria salata sulle coste inargentate, o i tuoi occhi di ghiaccio come un iceberg lontano fra lande marittime di sorda bellezza: muta nello splendore che cheto sorvola la psiche.
Ribelle e fragile come una bandiera, il tuo volto scatta nel fremito di un addio, un lontano addio del suo uso improprio. E son conscio d’amare quello sguardo consunto nella tacita smania voluttuosa, avvolto nei tuoi molteplici saluti di divina musa. Perché sei come ambrosia offerta nei suoi pochi sorsi, per reclamare ancora di più l’afrodisiaco dolore di morire sul tuo corpo. Tu, che erri in una focosa bugia: come puoi essere quasi triste?! A malincuore lasci ciò che sei, anche tu svestita di bosco, anche tu consumata nell’offrirti a me. Che m’incolpi di essere Esbat: un sigillo di futili promesse, imboccando un petalo di rosa nel labbro per consacrarti, per affidarti alle mie mani di peccaminoso romanziere. Ma, ahimè, non son sicuro di saper trattare la tua fragile esistenza stretta tra le mie ossute dita.
Dimmi.
Ne sarò capace?
Una foglia tra le altre solca nel vento il tuo indelebile passaggio. Musa ispiratrice di menestrello, ispirazione volata come quel corvo acquattato nell'ombra. Sibilla che prega sulle arterie sfinite di quella foglia, ormai giunta all’orizzonte del nostro amore.
mercoledì 18 agosto 2010
Brezza di nostalgia...
(scusami zia se ti rubo il titolo ;), è per una buona causa)
mercoledì 11 agosto 2010
Mi sono perso nei tuoi occhi...
Ancora sono là, i tuoi occhi. Impressi nella più fulgida memoria, sono stelle violette che splendono brillando come gemme nel cielo, e ogni volta che lo guarderò, questo mio tetto, penserò a te... e penserò al calore che ho sentito quando mi hai abbracciato, a chiamarti Zia e tu Gattino. E i tuoi occhi che mi spiavano, meravigliosi come la più splendida rosa che sboccia... come grappoli di glicine che pendono dalla feritoia di un castello lontano.
Grazie, Francy...
