Non ricordavo dove fossero i ventricoli, poi ho scoperto che erano i tuoi sogni esplosi – le emorragie delle stelle.
.che poi noi eravamo quelli ch’avevamo le stelle nella pancia e correvamo nel vento senza speranza. Sans toi, les émotions d'aujourd'hui ne seraient que la peau morte des émotions d'autrefois
Non ricordavo dove fossero i ventricoli, poi ho scoperto che erano i tuoi sogni esplosi – le emorragie delle stelle.
« Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere »
(O.Pamuk, Istanbul, 2003)
E ho i cuscini pieni di stelle.
Aju ‘i cuscina chin’i stiddi.
Nei nostri silenzi, saremo solo quei piccoli oceani gelati dalle ansie.
Quando per scrivere qualcosa prima ti devi immedesimare, è come un attore, un ruolo da interpretare, pian a piano, per davvero, perché non puoi resistere ai richiami della gente, ai caldi sussurri di una maschera.
* * *
Madame? Ho paura.
Ho paura, manco fossi la nota saltata di un pianista, scordata per caso da dita troppo sottili per trattenere le dimenticanze ai diesis dispersi.
Ho paura, Madame. St Petersburg è una pallottola nella neve, è il mio sogno congelato. E non consumato, no, non lo è. E tu, Madame, sei un po’ di colore buttato giù, ai gli occhi rotti dai baci del vino, dal silenzio divino.
Hier, Madame, avevi un bacio vestito nella malinconia delle mie matite sporche, rotte, infrante sotto i tuoi profili sempre più spigolosi, sulle scalate di colore – di piacere. Dei miei tratti – come le tue unghia sicure tra i miei seni, e le vesti sbrogliate da ogni foglia d’autunno ch’andato scricchiola tra una piega e l’altra, quasi – Madame – fosse un visto, un visto agognato. Cadute a terra, dai rami di sogni come baionette. O da fucili.
Pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa.
Pa!
Mia Russia.
Et voilà… ho un quadro! Un quadro, in camera, una tela rovinata dalla smorfia delle mie mani, dai bronci del mio pennello. E le setole – le setole, le setole che roteano come le ballerine del cancan, i tuoi papaveri sfioriti si sono amati in un cassetto a Parigi. Nous allons à Paris, un jour, Mon Amour. Ensamble.
In rovina, il rosso t’ha scoperto d’invidia, in una posa così osé, hahahaha son le risa dei tuoi vini, dei tuoi baci, degli abbracci gelati di secondi esplosi, e le dita, le dita che traversano come trame, come ossa in una tempesta. Siam calici, calici roti nella meraviglia dei nostri vuoti.
Au revoir, Madame.
Che le stelle ci strazino le cosce, ci entrino dentro le cosce, e vengano poi vomitate come le mie belle figlie, come donne fiamminghe, come fuoco tra le stringhe.
Oggi, domani, per sempre.
Au revoir, Madame.
E ascolteremo i tramonti sui confini di nuovi spari, confini che restringerò, tagliati nelle tue labbra. E mani infinite che sbocciano ricordi insani. Come i figli del bosco, Madame.
Come i figli del bosco.
Come gli oceani seccati in gola, macchie di rose ai nostri peccati.
Che siam le frasi lasciate a metà, quella mai iniziate, mai finite, quelle infinite.
Adieu.
Tamara Ł.
E non ci basta correre nel vento, tirarci le calze sopra i ginocchi, stringere il nostro respiro attorno alle gambe, sopra un sorgere d’affanni che è il tramonto in un vento, il cadere nell’acqua. E non ci basta avere le stelle nella pancia, non ci basta più, e nemmeno rovistare in scatole di ricordi in caduta come foglie nei nostri piccoli autunni, che son segreti mai sussurrati.
Nessuna, cura, nessun antidepressivo. Moriremo per amore noi, a sfiorarci così sullo specchio rotto di un cielo geloso che ci invidia dispetti; le mani nelle tasche.
Noi, che ci stringiamo le teste coi nastri delle nostre bugie e tutte le parole non dette che ci mozzano il respiro.