lunedì 20 giugno 2011

frrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr.

Non ricordavo dove fossero i ventricoli, poi ho scoperto che erano i tuoi sogni esplosi – le emorragie delle stelle.

 

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martedì 14 giugno 2011

I tuoi gesti maldestri mi mozzavano le parole.


«
Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere  »

(O.Pamuk, Istanbul, 2003)

martedì 7 giugno 2011

Good Bye Lenin!

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Inizia così, ha un bell’attacco. Di quelli favoleggianti come le corde rotte delle nostre piccole arpe ai tuoi capelli.
E poi finisce – dentro un buco. Una fogna, una frase che lascia le tue piccole anime a metà, nel cardine d’incastro all’apice dei tuoi sogni stesi ad asciugare. Una cagata.
Questo posto ha solo noi.
Fa solitudine, la tua grafite tra i miei seni, e i sospiri che formano i draghi dei tuoi pensieri. Ho comprato foglie, le foglie per dirci che se le strappiamo non stiamo più insieme. Nascoste tra le pagine di un romanzo, di quelli che senti lo stormire delle frasi. Niente più parole, promettimelo.
– Prometto.
Che l’inchiostro ci trucidi.
I tuoi sistemi complicati non servivano mai a nulla. Solo che volare, quando le tue dita scivolano sulle mie stelle disperse su un ventre gravido di poesie dell’hard discount, lasciava tanti buchi tra i suoi gesti d’inchiostro.
L’oblò, l’oblò, non permettere ai bambini di entrare in contatto con l’oblò… com’era? Era così, erano le tue lune dirottate per i bazar, le lanterne di carta strappate per farti luce dentro la carne, per vedere se t’incendio c’è il tuo amore che m’indora i sogni.
Io non ci entro dentro l’oblò.
Mi fa schifo.
Le tue braccia, così lunghe, sembrano ritagliate dal cartoncino nero, le aurore immense che proiettavi come i segreti scritti sulla schiena… Sorry, I’m sorry. 
E le protendi, dai nostri buchi.
Per dirmi.
Che.
Se.
Le.
Sfioro.
Mancano.
Di.
Sospiri.
E.
Poi.
Il piccolo inverno dei tuoi battiti era l’inferno dei miei limiti, tra le nostre soglie, ci siamo accorti che le parole erano buchi troppo grandi per poter essere trattenuti. E che noi eravamo  parole. Due parole, verbi risultativi. I tuoi abbracci morfosillabici.

Com’era? Segno di uguale più quello di acqua. Il tuo nome.
Chiave d’oscurità.

venerdì 20 maggio 2011

For my frozen star.

E ho i cuscini pieni di stelle.

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                                              Aju ‘i cuscina chin’i stiddi.

lunedì 16 maggio 2011

domenica 8 maggio 2011

Lettere dall’albergo Astoria

Quando per scrivere qualcosa prima ti devi immedesimare, è come un attore, un ruolo da interpretare, pian a piano, per davvero, perché non puoi resistere ai richiami della gente, ai caldi sussurri di una maschera.

* * *

 

Madame? Ho paura.

Ho paura, manco fossi la nota saltata di un pianista, scordata per caso da dita troppo sottili per trattenere le dimenticanze ai diesis dispersi.

Ho paura, Madame. St Petersburg è una pallottola nella neve, è il mio sogno congelato. E non consumato, no, non lo è. E tu, Madame, sei un po’ di colore buttato giù, ai gli occhi rotti dai baci del vino, dal silenzio divino.

Hier, Madame, avevi un bacio vestito nella malinconia delle mie matite sporche, rotte, infrante5145937428_73a1fda1af_b sotto i tuoi profili sempre più spigolosi, sulle scalate di colore – di piacere. Dei miei tratti – come le tue unghia sicure tra i miei seni, e le vesti sbrogliate da ogni foglia d’autunno ch’andato scricchiola tra una piega e l’altra, quasi – Madame – fosse un visto, un visto agognato. Cadute a terra, dai rami di sogni come baionette. O da fucili.

Pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa, pa.

Pa!

Mia Russia.

Et voilà… ho un quadro! Un quadro, in camera, una tela rovinata dalla smorfia delle mie mani, dai bronci del mio pennello. E le setole – le setole, le setole che roteano come le ballerine del cancan, i tuoi papaveri sfioriti si sono amati in un cassetto a Parigi. Nous allons à Paris, un jour, Mon Amour. Ensamble.

In rovina, il rosso t’ha scoperto d’invidia, in una posa così osé, hahahaha son le risa dei tuoi vini, dei tuoi baci, degli abbracci gelati di secondi esplosi, e le dita, le dita che traversano come trame, come ossa in una tempesta. Siam calici, calici roti nella meraviglia dei nostri vuoti.

Au revoir, Madame.

Che le stelle ci strazino le cosce, ci entrino dentro le cosce, e vengano poi vomitate come le mie belle figlie, come donne fiamminghe, come fuoco tra le stringhe.

Oggi, domani, per sempre.

Au revoir, Madame.

E ascolteremo i tramonti sui confini di nuovi spari, confini che restringerò, tagliati nelle tue labbra. E mani infinite che sbocciano ricordi insani. Come i figli del bosco, Madame.

Come i figli del bosco.

Come gli oceani seccati in gola, macchie di rose ai nostri peccati.

Che siam le frasi lasciate a metà, quella mai iniziate, mai finite, quelle infinite.

Adieu.

 

                                                                                                                                               Tamara Ł.

mercoledì 27 aprile 2011

Le calze sopra i ginocchi.

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E non ci basta correre nel vento, tirarci le calze sopra i ginocchi, stringere il nostro respiro attorno alle gambe, sopra un sorgere d’affanni che è il tramonto in un vento, il cadere nell’acqua. E non ci basta avere le stelle nella pancia, non ci basta più, e nemmeno rovistare in scatole di ricordi in caduta come foglie nei nostri piccoli autunni, che son segreti mai sussurrati.

Nessuna, cura, nessun antidepressivo. Moriremo per amore noi, a sfiorarci così sullo specchio rotto di un cielo geloso che ci invidia dispetti; le mani nelle tasche.

Noi, che ci stringiamo le teste coi nastri delle nostre bugie e tutte le parole non dette che ci mozzano il respiro.